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Tribunale

«Omicidio brutale e ancora inspiegabile»: le motivazioni della condanna di Hosen a 18 anni

«Omicidio brutale e ancora inspiegabile»: le motivazioni della condanna di Hosen a 18 anni

27 Dicembre 2025, 03:01

L'immagine lontana di una foto segnaletica dopo l'arresto. E' tutto ciò che hanno visto i giudici di Rabbi Hosen Md. Non hanno potuto cogliere alcuno sguardo, carpire qualcosa nel suo volto, sentire le sue parole, soprattutto.

Nessuno - ovviamente - gli ha proibito di seguire il processo, ma lui - 25 anni, bengalese - ha deciso di rimanere sempre lontano. Chiuso in una cella di via Burla, già poche ore dopo aver massacrato Rabby Ahmed, 21 anni appena, anche lui bengalese, il suo compagno di stanza al Cas, il Centro d'accoglienza di via Faelli. Colpi di mattarello al viso e alla testa e poi quel taglio netto e profondo alla gola con un coltellaccio da cucina.

Accusato di omicidio volontario, senza alcuna aggravante, e porto abusivo di un coltello, la lama (non quella del delitto) che aveva quando era stato bloccato qualche ora dopo vicino al Pronto soccorso, il 22 settembre scorso è stato condannato a 18 anni e 2 mesi.

Un delitto di «particolare brutalità», sottolinea la Corte d'assise nelle motivazioni della sentenza depositate nei giorni scorsi. E un omicidio, inoltre, secondo i giudici, «del tutto immotivato, non essendo emerso in modo certo nel corso dell'istruttoria un motivo che possa aver indotto Hosen a uccidere il suo compagno di stanza».

Omicidio efferato, eppure ancora inspiegabile, nonostante la perizia psichiatrica, firmata da Giuseppina Paulillo, abbia stabilito la totale capacità di intendere e volere di Hosen. Ma proprio quella relazione, fin dall'udienza preliminare, era stata duramente attaccata dal pm, che aveva chiesto ne fosse svolta una nuova o quanto meno fosse integrata, per poi concludere con una richiesta di condanna a 14 anni e 2 mesi per Hosen e il riconoscimento almeno della seminfermità.

Ma la Corte, così come la psichiatra, non ha dubbi sulla totale capacità di Hosen, nonostante il disturbo di personalità attestato nella perizia. «Il comportamento tenuto da Hosen subito dopo l'aggressione - il predetto ha chiesto al coinquilino di chiamare Cavalca (operatore del centro, ndr), ha portato con sé abiti per cambiarsi, poi, una volta condotto in questura non ha opposto alcuna resistenza redigendo uno scritto confessorio - nonché le dichiarazioni rilasciate in sede di perizia, dimostrano - scrivono i giudici - che egli conservò una corretta percezione della realtà». Escluso dalla Corte anche un vizio parziale di mente. «E' mancato dunque - si specifica nella sentenza - quell'estraniamento dalla realtà che si deve ritenere imprescindibile per attribuire all'infermità mentale una gravità tale da escludere, anche solo parzialmente, la capacità di intendere e volere».

Tra i possibili moventi, la psichiatra aveva evidenziato l'appartenenza di vittima e carnefice a due diversi partiti bengalesi, oltre al fatto che Hosen, omosessuale, si sentisse rifiutato da Ahmed. Eppure, nessuno tra gli ospiti del Cas ha parlato di dissidi tra i due. Ma negli ultimi dieci giorni la mente di Hosen era sopraffatta: temeva di essere avvelenato, dormiva in bagno o in cucina, girava in casa con dei coltelli. Fino all'omicidio. Tuttavia, nonostante la ferocia del delitto, la Corte ha riconosciuto a Hosen le attenuanti generiche. Hanno pesato il comportamento processuale, visto che la difesa ha detto sì all'acquisizione di tutti gli atti d'indagine, e la fedina penale immacolata, ma anche il contesto in cui è avvenuto l'omicidio. «Pur non incidendo sulla gravità oggettiva del fatto, non può non rilevarsi - sottolineano i giudici - che l'imputato, soggetto di giovanissima età, era al momento dei fatti - ed è tuttora - privo di qualsiasi legame familiare sul territorio in grado di sostenerlo e aiutarlo».

Così è scattato lo sconto di pena. Al di là delle ombre che nell'ultimo periodo si erano allungate nella sua mente.

Georgia Azzali

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