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Il libro

Quei marmi che raccontano la storia di Parma

Quei marmi che raccontano la storia di Parma

27 Dicembre 2025, 10:21

«Passante, rivolgi lo sguardo verso l'alto!» A dirlo, a chi camminava lungo strada dei Genovesi (oggi via Farini) era, nel lontano anno del Signore 1686, nientemeno che Ranuccio II Duca di Parma e Piacenza. Nessuno doveva perdersi (sempre che sapesse leggere) il resoconto su marmo di cosa aveva regalato «il Sole farnesiano» alla città e all'Ordine delle cappuccine. Su quella grande targa, collocata sopra la neonata chiesa di Santa Maria degli Angeli, meglio nota come la «Cèza dal bambén», l'invito, che poi era un ordine, di sua Maestà era di non abbassare gli occhi, anzi sollevarli per non dimenticare chi aveva edificato quella magnifica chiesa.

E questo è anche l'invito che lanciano nel loro ultimo libro Giulio Mazzera e Gualtiero Fainardi, «artigiani» della storia di Parma con il vizio, meraviglioso, di restare sempre con gli occhi ben attenti su cosa li circonda. E che circonda anche tutti noi. Dopo avere messo su carta, in altri volumi, le loro ricerche sulle barricate del '22, su Maria Luigia, su Padre Lino, sulla deposizione dell'Antelami, ma anche sui ponti della città e su quello di Maria Luigia di Pontetaro, arriva il loro studio più complesso dal titolo «I marmi raccontano Parma» (Amazon, 34,32 euro).

In quasi 500 pagine Mazzera e Fainardi hanno raccolto, e raccontato, lapidi, targhe, epigrafi, epitaffi che campeggiano lungo le strade e i cortili di Parma. Ci sono le più famose, legate agli episodi e ai personaggi della Storia, con la s maiuscola, ma anche a quegli uomini e a quegli eventi che il passare del tempo ha inesorabilmente cancellato dalla memoria collettiva.

«In un'epoca dove tutti noi camminiamo per strada con la testa incollata sul display del telefonino abbiamo deciso di seguire il consiglio di Ranuccio Farnese», raccontano gli autori. Per la verità Mazzera e Fainardi lo hanno sempre fatto cogliendo, con il loro sguardo, tante altre piccole curiosità di Parma «come quella volta che abbiamo raccolto in un libro i portoni, le finestre o i dettagli architettonici più belli e più curiosi del centro storico». Questa volta però hanno allargato lo sguardo inventandosi «un modo diverso di raccontare la storia di Parma, dal Medioevo ad oggi». Così «abbiamo iniziato, strada per strada, a guardarci attorno e a catalogare tutte questi meravigliosi segni», perché «le lapidi poste nelle strade sono i punti cardinali della nostra identità ed è per questo motivo che devono essere considerate un nostro patrimonio - scrivono nel libro - Sono autentiche finestre sul passato» e perché «una generazione che ignora la storia non ha passato» e, soprattutto, «non ha futuro».

L'elenco dei marmi, raccontati e fotografati, è letteralmente sterminato. Ci sono quelli più gloriosi che ornano i Portici del Grano ma anche alcuni ormai scoloriti dal tempo e che spesso, spiega Giulio Mazzera, «nemmeno i proprietari delle case dove sono affisse sanno ormai a chi o a cosa sono riferite». Ad esempio, quei blocchi di pietra in borgo Antini, lungo il muro della primitiva costruzione della chiesa di San Tommaso, dove sono raffigurati i simboli della corporazione medioevale che riuniva tutti coloro che lavoravano il ferro: fabbri, maniscalchi, spadai e coltellinai. In via D'Azeglio invece (il civico è il 45), ecco lo scritto che «ricorda che spetta ricordare di quanti beni gode la categoria dei calzolai; chiunque sia trovato indigente o costretto dalla povertà qui deve essere accolto». Ma Mazzera e Fainardi svelano ai più anche quel piccolo rettangolo murato in borgo XX Marzo al civico 19 e che campeggiava un tempo sopra l'antichissima porta Benedetta, varco da cui si accedeva a piazza del Duomo, «porta di pace» che «difende Iddio da ogni nemico».

Nella storia più recente c'è poi il racconto su pietra, tragico e dettagliato, (in via Bixio 37) della disastrosa alluvione che colpì l'Oltretorrente «la sera del 21 settembre 1868», quando le acque della Parma «allagarono tutta questa parte della città e giunsero qui ed in altri punti fino all'altezza di metri 2.50», dando il via ad una gara di solidarietà con aiuti dalle «città consorelle» e perfino «dalle colonie italiane dell'Africa e dalla più lontana America».

I marmi di Parma tracciano poi una mappa speciale lungo il reticolo stradale cittadino quando si parla di Risorgimento, Resistenza e guerra di Liberazione onorando i tanti martiri caduti durante la repressione nazifascista. Ci sono tutti nel libro, come anche quelle lapidi che in tempo di pace raccontano la nascita del movimento scout (piazzale San Giacomo), le grandi gesta dei pionieri della pallavolo (stradone Martiri della Libertà angolo via Goito) o le genti che vivevano lungo il canale Naviglio.

La più inattesa? «Per me - risponde Giulio Mazzera - è quella nel Duomo dove un personaggio di spicco della Parma del Settecento, accanto ai simboli della sua famiglia, ha lasciato detto di citare nella lapide che lo ricorda anche Galileo e il pensiero scientifico». Peccato che il nome del grande astronomo e la sua scoperta della terra che ruota attorno al sole fosse ancora una teoria all'indice per la chiesa cattolica. «La prova che le lapidi e le targhe - conclude Mazzera - possono rivelare dei risvolti davvero inaspettati della nostra storia e della nostra città».

Giuseppe Milano

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