Viaggio
Scopri la sezione "Cina chiama Parma"
Galanthus. Il bucaneve è il fiore che annuncia la fine dell’inverno, quando il freddo non ha ancora del tutto lasciato spazio alla primavera. Fiorisce presto, mentre il paesaggio sembra immobile, e proprio per questo diventa segno: qualcosa sta cambiando, anche se non è ancora visibile. È da questa immagine che prende forma il racconto di Yekta Demirtaş, un'immagine che lui stesso sceglie di restituire il senso del suo viaggio. Sette mesi in Cina. Un tempo breve solo in apparenza. Yekta è studente di Civiltà e lingue straniere moderne all’Università di Parma e scrive per la Gazzetta di Parma fotonotizie e riflessioni raccolte sotto il titolo «Cina chiama Parma». Ma prima ancora di diventare un progetto narrativo, quel viaggio è stato un processo di trasformazione personale.
La prima volta
Prima di partire, racconta, si sentiva «come un neonato»: privo di strumenti reali per comprendere il Paese che stava per attraversare. La prima consapevolezza arriva subito, in un gesto minimo e quotidiano. «La prima volta che ho dovuto comprare una bottiglia d’acqua ho capito che ero entrato in un mondo che non conoscevo». Non tanto per la difficoltà in sé, quanto per ciò che quella semplicità conteneva: «Per fare una cosa banale serviva il telefono, delle credenziali, un sistema completamente diverso dal mio». In quell’istante ha intuito che non sarebbe stato un semplice soggiorno all’estero, ma un confronto profondo con un altro modo di vivere. Lo spaesamento iniziale, però, non si è trasformato in chiusura. Al contrario. «Mi ha colpito subito l’accoglienza», racconta. Persone che non si sono limitate a svolgere il proprio ruolo, ma hanno scelto di accompagnare davvero gli studenti stranieri: spiegare, orientare, rendere abitabile un contesto complesso. «Non era solo lavoro, era attenzione».
Tutto avveniva con calma, in modo amichevole. «Non me lo aspettavo». Da qui nasce una riflessione più ampia. Yekta ha percepito una società consapevole della propria identità, capace di stare nel mondo senza rinunciare a se stessa.
Consapevolezza
«Ho avuto l’impressione di un Paese che sa chi è», dice, «e che non vive questa consapevolezza come una chiusura». Per uno straniero, questo significa poter osservare e imparare senza la pressione di doversi assimilare in fretta. «C’era spazio per capire, prima ancora che per giudicare».
Nel suo racconto ritorna spesso la gentilezza, come una presenza costante. «Mi ricordava qualcosa della mia cultura turca», spiega. «Da noi l’ospite è una responsabilità». In Cina ha ritrovato questo atteggiamento in forme semplici: persone pronte a fermarsi, a spiegare, a cambiare il proprio modo di comunicare pur di farsi capire. «Non perché fosse obbligatorio, ma perché era naturale». Una gentilezza discreta, mai invadente. Anche la lingua gli ha insegnato ciò che va oltre le parole. Durante una commemorazione tradizionale partecipa a un pasto condiviso, in silenzio. «Eravamo insieme, nessuno parlava. Facevamo le stesse cose, con gli stessi gesti». Un’esperienza che gli ha mostrato come il senso possa passare anche senza spiegazioni, attraverso la semplice condivisione di tempo e spazio.
Restano poi le immagini lontane da qualsiasi idea di viaggio come accumulo di luoghi da vedere: un mercato che vende solo ciò che è stato raccolto quel giorno, persone che recuperano materiali scartati, li puliscono, li rilavorano e li rimettono in circolo. «Sono cose piccole, però ti restano addosso». Non immagini pensate per essere fotografate, ma scene quotidiane, vissute. «Sono queste cose che ti fanno entrare davvero nella vita di un posto».
Una sfida
Ci sono stati momenti in cui si è sentito profondamente lontano da casa. Ma non per nostalgia. «Era il contrario», racconta. Quel senso di distanza nasceva dal trovarsi davanti a qualcosa di radicalmente nuovo, «assolutamente alieno, nel senso migliore possibile». Più riusciva ad accettare quell’alterità, più quella sensazione diventava intensa. Ed era proprio lì, in quello scarto, che sentiva di imparare di più. Per questo la Cina «non è mai diventata casa». Non nel senso immediato e rassicurante del termine. Eppure l’idea di tornarci resta. «Mi piacerebbe provare ad avvicinarmi a quel sentimento di casa», dice, «sapendo che sarebbe una sfida». Una sfida da abitare, non da risolvere.
A fare la differenza, secondo Yekta, è stato l’atteggiamento con cui è partito. «Avere una mente totalmente bianca, senza pregiudizi, è stata la mia fortuna». In questo atteggiamento aperto, Yekta riconosce anche il ruolo di chi lo ha preparato prima della partenza. Un ringraziamento va al docente Davide Astori, che gli ha insegnato un modo di stare nel mondo: una postura neutra, aperta, capace di ascolto. «Mi ha preparato ad affrontare il viaggio», racconta Yekta. Un accompagnamento silenzioso, da mentore, che ha continuato ad agire anche a distanza.
In un mondo attraversato da opinioni preconfezionate, mantenere uno sguardo aperto è quasi un lusso. «Chi non è macchiato da aspettative irreali può vivere un’esperienza simile, magari non identica, ma vicina nell’essenza».
Col tempo, dice, sente che apprezzerebbe sempre di più l’intimità culturale rispetto ai luoghi spettacolari. «Mentre scrivevo “Cina chiama Parma” fotografavo posti mozzafiato». Oggi lo sguardo cambia. «Le cose belle non durano: o cambiano loro, o cambiano gli occhi che le guardano». Nel suo futuro ideale, l’obiettivo è entrare più a fondo nello spirito dei luoghi, e magari raccontarlo a chi ha ancora «un cuore aperto».
Tornando, Yekta porta con sé un debito silenzioso. «Molte persone hanno perso tempo per aiutarmi, senza guadagnarci nulla». Da qui nasce una promessa: «Vorrei ricordarmelo ogni giorno. Essere più gentile». Non come scambio, ma come responsabilità. Se dovesse lasciare alla Cina una sola immagine, tornerebbe al fiore. «Dopo un lungo inverno, i primi a fiorire sono i galanthus». Non perché siano i più appariscenti, ma perché arrivano quando sembra troppo presto. Fioriscono e basta. E il racconto si chiude dove era iniziato. Come il bucaneve, anche questo viaggio non ha fatto rumore. Ha lavorato sotto la superficie. E continua, lentamente, a fiorire.
© Riproduzione riservata
Gazzetta di Parma Srl - P.I. 02361510346 - Codice SDI: M5UXCR1
© Gazzetta di Parma - Riproduzione riservata