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I 90 ANNI DEL GRANDE BARITONO

Bruson: «Artisticamente sono nato a Parma»

Bruson: «Artisticamente sono nato a Parma»

13 Gennaio 2026, 03:01

Buon compleanno maestro Bruson! Oggi il grande baritono, mito della lirica, una delle migliori voci verdiane di tutti i tempi, compie novant’anni e ha scelto Parma per festeggiare, con un ristretto gruppo di persone care. Una città di cui Bruson, interprete inarrivabile in ruoli come Nabucco, Simon Boccanegra o Francesco Foscari, è cittadino onorario e con la quale ha sempre avuto un rapporto speciale. Lo incontriamo in albergo per due chiacchiere mentre il suo cellulare «squilla» con il gracchiare di una rana come suoneria. Il Bruson che non ti aspetti.

Maestro Bruson, perché ha voluto essere qui per il suo compleanno?
«Qui sono nato artisticamente e vorrei anche morirci. Sono nato nel Veneto e appena ho potuto sono scappato dal freddo di quei posti e ho scelto Roma per viverci perché anche gli inverni sono soleggiati, ma Parma è la città nella quale ho intrecciato i più solidi legami umani. Anche mia moglie Tita amava Parma e avevamo considerato di prendere casa qui. La cosa non andò in porto ma ora ho qui la sede della mia fondazione».

Il temibile loggione del Regio riuscì a fare le pulci anche a lei, ma Parma fu fondamentale per la sua carriera con l’opera innominabile nel 1967…
«Erano tempi incredibili. Quando debuttai a Parma ne “La forza del destino”, che a me invece porta fortuna perché ho debuttato in tutti i teatri importanti con questo titolo, c’era Corelli e se la presero con lui perché in un pianissimo gli si spezzò la voce. In sala c’era Roberto Bauer del Metropolitan e mi scritturarono per il Met, una svolta per la mia carriera. Il loggione ebbe da ridire nei miei confronti in una recita de “Il trovatore” nel 1971. Dopo “Il balen” tra gli applausi qualcuno faceva “sss” intendendo di smetterla di applaudire e così me ne andai in camerino rincorso dal dottor Alpi, medico del teatro, mentre il direttore andava avanti con l’orchestra. Poi tornai in palcoscenico, dopo le suppliche di Peppino Negri, presidente della commissione teatrale, e terminammo l’opera. Era bello cantare davanti ad un pubblico così esigente».

Lei è stato un interprete di grande levatura. Come si ottengono prestazioni di così alto livello?
«Un personaggio devi interpretarlo non solo cantarlo. Li studiavo molto. Chi viene a teatro non viene solo con le orecchie ma anche con il cuore e se tu canti e basta il pubblico porta a casa il suono, se interpreti si porta un’emozione».

La voce verdiana esiste?
«Siete voi critici a voler etichettare una voce. Ma una voce è una voce e basta. Se cantavo Donizetti dicevano che ero donizettiano, se cantavo Verdi ero verdiano. E’ una questione di accento e di personaggio, che se canti Donizetti sarà per esempio, più morbido e meno sanguigno di uno verdiano».

Ricorda cosa acquistò con il primo cachet? E che rapporto ha avuto con il denaro, arrivato con il successo?
«Sono stato uno spilorcio perché non volevo fare debiti conoscendo la fatica fatta per guadagnarlo. Prima di arrivare al successo la strada è lunga. Quando feci l’audizione al Conservatorio di Padova non avevo un abito così un cugino mi prestò dei pantaloni e un amico la giacca. Con il primo cachet dovetti pagare i debiti. Era forse il 1964, avevo cinque milioni di lire di debito con la pensione dove alloggiavo. Facevo un concerto e guadagnavo cinquantamila lire ma al ritorno li lasciavo alla pensione. Se una sera volevo uscire con gli amici dovevo chiederne diecimila in prestito. Pensi che una volta volai a New York su un aereo cargo perché costava meno. A bordo c’era un freddo bestiale. Con il secondo cachet mi sono sposato».

Quel primo cachet era per un “Macbeth” a Pretoria…
«Si, e spesi diversi quattrini per imparare l’inglese, poi arrivai là e il coro era tutto di Trieste!».

Che bilancio si sente di fare di questi suoi 90 anni? Rimpianti?
«E’ un bilancio positivo. Rifarei tutto ciò che ho fatto. Anche lasciare il palcoscenico serenamente nel momento giusto. Mi rimane forse il rimpianto di non aver cantato il “Boris Godunov” e il “Wozzeck”. Il maestro Sinopoli me l’aveva proposto in tedesco e non me la sono sentita. Poi, se non fosse così lontano, vorrei tornare in Giappone. Apprezzo il rispetto che hanno i giapponesi verso tutto e soprattutto verso la musica che noi invece non consideriamo come si dovrebbe. E mi piace anche la cucina giapponese. E’ uno dei posti dove ho mangiato meglio».

A proposito di cucina, ricordo che lei ama cucinare. Risotti, minestre… Lo fa ancora?
«Certo. Il mio piatto forte rimane la pasta e fagioli ma senza soffritto. Ho perso mia madre che avevo sei anni e ho iniziato a cucinare per mio padre che lavorava nei campi, quelli degli altri, mentre vedevo i miei coetanei giocare. Poi mi sono appassionato e anche con mia moglie io cucinavo e lei lavava i piatti».

Ogni tanto si parla di lei come un uomo burbero, si riconosce?
«Sono burbero quando le cose non funzionano».

Oggi spegnerà le candeline sulla torta?
«No, grazie. Di candele ne avevo fin troppe a casa quando non c’erano i soldi per la corrente elettrica. Andrà bene la torta senza».

Ilaria Notari

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