teatro al parco
«Prayer (For quiet)» debutta in prima nazionale venerdì alle 21 al Teatro al Parco. Michela Aiello ha creato la marionetta K. e ideato lo spettacolo, che insieme interpretano, partendo da un incipit, prestato da Dostoevskij, perfetto per danzare in questo tempo inquieto.
Produzione Solares Fondazione della Arti-Teatro delle Briciole, «Prayer (For quiet)», con creazione sonora e foto di scena di Jacopo Ruben Dell'Abate, nasce come omaggio al danzatore di butō Kazuo Ōno: lui iniziò a danzare a 51 anni e non smise fino alla morte, avvenuta a 101. Abbiamo chiesto a Michela Aiello, marionettista, regista, performer, come trovare la quiete. «La mia è una visione cui tendiamo come umanità, cercando di trasformare il dolore che stiamo vivendo. Lo spettacolo è una preghiera alla calma, alla lentezza, a un elevamento, alla ricerca del sacro che ci metta in relazione con la vita, la morte e un modo di stare in questo presente. Cerco di rendere concreto questo concetto che può sembrare molto astratto. Con questa marionetta a grandezza umana vorrei dare la visualizzazione di questo conflitto che è, per primi, dentro di noi. Tutti abbiamo al nostro interno l’inferno che il paradiso, come dice Dostoevskij, in relazione conflittuale. Mi rivolgo all’anima degli spettatori, alla parte più intima e spirituale. E’ un invito a lasciarsi toccare dalle emozioni, a riflettere sulla poesia e sull’esistenza».
Come può una marionetta raccontare l’essere umano?
«Se quello di cui c’interessa parlare è il respiro dell’anima, in effetti come può della materia inerte, una marionetta fatta di stoffa, legno, plastica, arrivare a rendere emozioni? A mio modo di vedere, una marionetta può arrivare a veicolarle in modo anche più forte rispetto a un attore. Se io abbandono una marionetta in scena, parlando della morte, lei non sta fingendo: è morta. In questo viaggio ci traghetta l’esperienza umana del danzatore butō Kazuo Ōno, con ambivalenza e compresenza di animato e inanimato. Praticando e studiando io stessa danza butō da molti anni, ho trovato questi punti di contatto molto evidenti».
Cosa l’ha interessata di questa danza?
«All’inizio la sua forza dirompente. La danza butō è nata nel Giappone del Dopoguerra, quindi è stata come per noi l’Avanguardia, senza la paura di parlare di quello che in quel momento non si voleva guardare. Mentre la danza di solito promuove un corpo luminoso, forte, bello, il butō portava avanti la fragilità, la malattia, il corpo decadente, la morte e anche la forza dell’eros. Sono tutte tematiche che mi toccano e mi spingono ad andare in scena. Insieme al fatto di poter creare non tanto una coreografia ma paesaggi. Secondo Tatsumi Hijikata, la danza è la lotta delle cose invisibili all’interno del corpo, il manifestare l’invisibile. Questo mi ha attratto. In Giappone il confine tra teatro e danza è molto labile. Lavorare con il butō e con la figura fa parte, per me di un lavoro teatrale tour court».
Cardine importante dello spettacolo sono «I fratelli Karamazov» di Dostoevskij. Com’è avvenuto l’incontro?
«Quando è nato, lo spettacolo con una marionetta così particolare, caratterizzata da fusione tra figura animata e quella che anima, stavo leggendo “Confessioni di una maschera”: inizia citando la frase “la bellezza è una cosa terribile e spaventosa“, che mi era entrata in testa come un mantra. Cercandola, mi sono imbattuta ne “I fratelli Karamazov”, rendendomi conto che questo testo, dal libro “I lussuriosi”, contenesse proprio l’essenza di questo conflitto interno, esplicitata in maniera poetica. Quindi, con tutta la licenza possibile, mi è sembrato un pretesto per raccontare la scissione che c’è nella nostra anima. Queste sono le uniche parole dell’intero spettacolo».
Come la marionetta è divenuta per lei strumento congeniale d’espressione artistica?
«Ho scoperto un teatro di figura capace di parlare anche agli adulti quando sono andata a vivere in Spagna, nel 2010, entrando in un collettivo di marionettisti a Barcellona. Durante i miei studi teatrali avevo un grande amore anche per le arti plastiche: così sono riuscita a combinare questi due fuochi creativi»
Claudia Olimpia Rossi
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