PROCESSO
Mentre la pm Maria Rita Pantani parla, nell’aula a porte chiuse del tribunale di Reggio Emilia scorrono i frame del video che fece scalpore per la crudezza della scena documentata dalle telecamere interne al carcere emiliano e che provocò lo sdegno del ministro della Giustizia Carlo Nordio e l’annuncio di ispezioni nell’istituto. Nel filmato si vede un detenuto incappucciato con una federa, messo pancia a terra con uno sgambetto e poi preso a pugni, calpestato, trattenuto alcuni minuti per braccia e gambe dagli agenti della polizia penitenziaria. Poi denudato e sollevato di peso, sempre incappucciato, fino ad essere trascinato in cella.
Gli imputati sono presenti, così come la vittima, e in udienza c'è anche il garante regionale per i detenuti, Roberto Cavalieri, tra le parti civili. La pm Pantani definisce quanto successo in carcere «una azione brutale, punitiva preordinata, di violenza assolutamente gratuita» e spiega che le lamette (che avrebbe avuto con sé il detenuto, presunto movente dell’aggressione) non sono mai esistite e sono state utilizzate solo per costruire una linea difensiva.
Dopo la Procura, prendono la parola i legali di parte civile, per garanti nazionale e regionale dei detenuti e per le associazioni Antigone e Yairaiha, quindi nella prossima udienza l'avvocato Luca Sebastiani per il detenuto, tunisino. Poi toccherà alle difese e si arriverà alla sentenza, che potrebbe slittare al 2025.
Il pestaggio su cui la gup Silvia Guareschi sarà chiamata ad esprimersi è ricostruito da dieci minuti di filmato: sette riprendono il corridoio dove gli agenti di polizia penitenziaria si sono avventati sul detenuto; altri tre servirono per trasportarlo nella camera di detenzione. Dove venne lasciato, per oltre un’ora, mezzo nudo, malgrado si stesse ferendo con dei cocci e il sangue stesse via via inondando la stanza. Il gip Luca Ramponi, che firmò un’ordinanza di interdizione dal servizio per i dieci indagati, ha definito quello che è successo «brutale, feroce e assolutamente sproporzionato rispetto al comportamento del detenuto». Il procuratore Gaetano Calogero Paci aveva parlato di «modalità disumanizzanti, degradanti, contro la dignità umana». (ANSA).
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