Inserto Scuola
Gli studenti dell’istituto Camillo Rondani, nell’ambito del progetto «Una conversazione con…», hanno dialogato sul tema del razzismo con Lilian Thuram, in un incontro costruttivo quanto vivace e ricco di stimoli.
Gli studenti del biennio del Rondani, cui si è unita anche una classe del triennio - dopo la lettura del testo insieme ai loro insegnanti nei giorni precedenti - hanno rivolto una nutrita serie di domande a Thuram in un confronto stretto: «Cosa intende quando scrive: "sono diventato nero a nove anni?"», chiede ad esempio Iryna (2ªD). Thuram risponde che nero e bianco sono due categorie inconsistenti, false, perché indotte a posteriori da un’attitudine mentale sbagliata: un bambino non viene al mondo nero o bianco, nasce e basta: le sue parole? «Io prima ero solo Lilian, poi, giunto in Europa, a Parigi dalla Guadalupa (avevo 9 anni), mi hanno chiamato nero»; è un fattore «inculcato» dall’esterno a causa dell’ignoranza e della crudeltà razziste; sostiene Lilian. Razzisti non si nasce, si diventa, sottolinea, a causa di fattori esterni che si cronicizzano in pericolose abitudini. Non c’entra la genetica: abbiamo tutti lo stesso patrimonio genetico, non ci sono razze nell’essere umano, ricorda anche nelle pagine del suo libro. Bianco o nero, insomma, sono una «maschera», non il nostro vero volto.
Non manca nemmeno un momento in cui si sorride: «Tu sei bianco?», chiede Lilian. «Sicuro? La maschera che portiamo al volto è bianca, non la persona». Le domande si susseguono, per lo strenuo difensore della propria porta sul campo quanto dell’uguaglianza tra le persone: «Cosa ha provato di fronte alle offese ricevute a sfondo razzistico?», chiedono i ragazzi. Thuram è contro il fallo di reazione: «Bisogna essere intelligenti, non impulsivi», risponde a Nicolò (2ªE); «Rimanere lucidi e pensare che non sei tu che hai un problema, ma è chi ti insulta che ha un problema». Poi rilancia, di fronte agli alunni che chiedono a più voci che ruolo possono avere i giovani nella lotta alla discriminazione razziale: «La conoscenza della storia fa in modo che il razzismo perda il suo vigore sino a spegnersi», sottolineando in questo passaggio anche l’importanza della scuola. E ancora: «Bisogna parlarne, parlarne il più possibile», per arginare il fenomeno, per essere «parte della soluzione, non parte del problema». I giovani, insomma, continua l’autore di «Le mie stelle nere», «possono fare molto di più di quanto si pensi»; e poi aggiunge, da buon giocatore: «Non devono aver timore, paura di sbagliare, sbagliare fa sempre parte del gioco». Non si può, dunque, rimanere in panchina, «restare neutrali»: si deve bensì giocare la partita contro il razzismo fino in fondo.
r.s.
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