Amarcord Parma
Il cuore «de dlà da l’acua» è sempre stato grande e generoso. Ed è proprio in questa fetta della Parma più genuina e popolare che sorsero e tuttora operano quei sodalizi che si batterono e si battono ancor oggi sul fronte del disagio, della sofferenza, della povertà e del bisogno come, ad esempio, le mense della Caritas e di Padre Lino, l'Assistenza Pubblica, la Croce Rossa, l’Armadio del Povero e tante altre realtà che fanno veramente onore alla nostra città. E, se in Borgo San Giuseppe, dinnanzi all’omonima chiesa, era ubicato il «Consorzio di Gesù e Maria» (in seguito «Infanzia Abbandonata») che ospitava le ragazze povere, soprannominate «Giuseppine», sempre in quella ragnatela di borghi oltretorrentini, sorgeva, in borgo San Domenico, un'altra realtà che dava ospitalità sempre alle ragazze povere chiamate «Margheritine» (ignota l'origine del nome): l’Istituto Biondi che chiuse i battenti nel luglio 2016 e che portava il nome del proprio fondatore: il Canonico Don Giovanni Biondi.
«Le memorie - come è scritto in un interessante saggio del professor Gino Trombi realizzato nel 1963 - dicono sia stato un uomo dotto, saggio e pio, proveniente da un'antica famiglia parmense già nota fin dal XV secolo per l'attività pubblica dei suoi componenti. Sul finire del 1700, il Canonico Don Giovanni Biondi pensò di erigere in città un «Pio Ricovero» ove educare fanciulle orfane e povere ed all’uopo acquistò un edificio in Borgo San Domenico nelle vicinanze della parrocchia di Ognissanti, proprio nel cuore dell’Oltretorrente. La nobile missione del «Pio Ricovero» - com’è riportato in un documento dell’epoca - era quella «di provvedere gratuitamente all’educazione morale e fisica, all’istruzione civile e religiosa e avviamento al lavoro di fanciulle povere e abbandonate con facoltà di accogliere fanciulle non povere dietro versamento di una retta». Nel 1804 vennero ammesse nella struttura le prime «zitelle» orfane. Alla guida del «Pio Ospizio» fu designata Lucia Melli, che il Gabbi cita come «nubile parmigiana, uscita da tre anni dal Conservatorio delle Maestre Luigine di Parma e di vita esemplare e lontana dai piaceri lusinghieri del mondo». Il canonico Biondi dotò la Casa, oltre che dell'immobile, anche di una somma ragguardevole di denaro che consentì di garantire l'ospitalità a 12 «Margheritine» e dispose, nel frattempo, che l'Istituzione fosse posta amministrativamente sotto il controllo del fratello Luigi Biondi mentre ne affidò l’assistenza spirituale al parroco pro-tempore della parrocchia di Ognissanti.
Don Giovanni Biondi morì il 6 luglio 1808 dopo aver disposto, con testamento, di destinare le sue sostanze in favore del fratello Luigi, del nipote Vincenzo e del «Pio Ricovero». Morto Luigi Biondi nel febbraio del 1826, la «Casa di Educazione» (così era stata chiamata) venne seguita dal nipote Vincenzo, il quale si preoccupò, innanzitutto, di ottenere il riconoscimento governativo dell'istituzione ed, in secondo luogo, di legarla alla stessa famiglia del fondatore attraverso il vincolo del nome e alla partecipazione dei suoi membri nel consiglio di amministrazione. La petizione presentata in tal senso dal Biondi, il primo maggio 1826, ottenne l'approvazione del Consiglio degli Anziani di Parma per cui la Duchessa Maria Luigia, con Regio Decreto del 15 agosto 1827, la ratificò. Il consiglio amministrativo fu costituito il 17 dicembre 1827, ne furono membri il Cardinale Carlo Francesco Caselli (1740 – 1828), allora Vescovo di Parma, il Podestà barone Lucio Bolla ed il cav. Vincenzo Biondi. Il primo Statuto Organico dell'«Ospizio» risale al 21 ottobre 1874 ma, già dalla fondazione, esistevano delle norme che regolavano l'amministrazione e la vita comunitaria delle «Margheritine» .

La Casa iniziò, dunque, ad accogliere «zitelle» povere, orfane di padre o madre. Le ragazze dovevano essere, soprattutto, «di ottimi costumi e procacciarsi l'arredo (che comprendeva anche il letto) con limosine e con sovvenzioni di qualche caritatevole benefattore». In effetti, si dovette ben presto rinunciare all’ultima clausola che avrebbe praticamente precluso l’«Ospizio» alle fanciulle veramente bisognose.
Queste potevano rimanervi «finché loro piaceva» ed uscendo per qualsiasi causa dall’«Ospizio» avevano «diritto di riportare seco l'arredo ed insieme una regalia di lire vecchie ventuna».
Il loro vitto quotidiano consisteva in «pane, minestra e in tutte le feste dell'anno una pietanza e, qualche volta, frutta ed insalata». Erano evidentemente tempi in cui il tenore di vita non era molto elevato, tanto che in un nota del 1807 si poteva leggere : «l'ordinario loro vitto è semplice e povero nella qualità ma tale che bastevolmente le sazia, le fa contente e le mostra ben pasciute».
L’abito feriale delle ragazze era «di tela di canapa rigata più o meno pesante a seconda delle stagioni e, sortendo poi di casa, un’ uniforme di cotonina con sciarpa bianca in capo». Anche le occupazioni delle «Margheritine» dovevano essere intonate ai tempi: «il loro travaglio quotidiano doveva consistere nel far calze di ogni qualità, cucire, marcare e festonare pizzi di ogni sorta, fare le sarte, ordire e tessere, filare il lino e canapa» La giornata delle giovani ospiti doveva cominciare piuttosto presto, con «l'alzata fissata alle ore sei e mezzo e anticipata di mezz'ora in mezz'ora crescendo poscia le giornate fino alle cinque circa» ed era regolata da orari fissi ben precisi che, fra l'altro, prevedevano, a seconda dei mesi dell'anno, un tempo per la preghiera, il lavoro, la lettura e la ricreazione.
Il numero delle fanciulle ospitate nel «Biondi», da quanto si apprende dai carteggi esaminati, per motivi di ordine economico, non superò le dodici unità iniziali.
«Il mantenimento delle «Margheritine» - come riporta la ricerca di Trombi- era infatti procurato dai capitali lasciati dal fondatore e dal fratello cavalier Luigi Biondi in legati, capitali e crediti per un valore di lire nuove 47.809 e centesimi 68. L'ammontare di tali beni, unito ai lasciti della famiglia Biondi e di altri benefattori, consentì successivamente, verso il 1834, l'acquisto di tre poderi: Fienilizzo, Casanova e Renego in Toccalmatto di Fontanellato. Le relative rendite non consentirono mai, però, di ampliare l'iniziale cerchia di beneficenza che, malgrado gli sforzi degli amministratori, andò via via restringendosi per vari motivi». Allora, se da una parte andava assottigliandosi il flusso della beneficenza privata, allo stesso modo aumentavano le spese di manutenzione del patrimonio immobiliare dilatando le spese di gestione in ragione, soprattutto, dell’ approvvigionamento del mobilio e dei corredi che, contrariamente alle iniziali previsioni, le ospiti non erano in grado di procurarsi. Dopo alterne vicende, nel 1950, la Casa fu gestita dalle suore Orsoline Fmi (Figlie di Maria Immacolata) con casa madre a Verona. E fu una gestione improntata sull’accoglienza e sull’amore che queste religiose riversarono sulle giovani ospiti.
Nell’agosto 2016, come riportò la Gazzetta di Parma, attraverso un dettagliato articolo di Luca Molinari, il «Biondi» chiuse i battenti ad oltre due secoli dalla sua nascita lasciando un profondo rimpianto nei parmigiani, Fanno ancora testo, a tale proposito, le parole di Simonetta Morozzi che si spese tantissimo perché il «Biondi» non chiudesse i battenti. Come pure significative le parole dello storico e saggista Pietro Bonardi, residente storico del quartiere ed «anima» del periodico « la Céza di Sant»: «da questo edificio, tra 1950 e 2016, le suore Orsoline Figlie di Maria Immacolata hanno irradiato con la concretezza dei fatti quotidiani, gli effetti di quello che è il vero genio femminile».
© Riproduzione riservata
Gazzetta di Parma Srl - P.I. 02361510346 - Codice SDI: M5UXCR1
© Gazzetta di Parma - Riproduzione riservata