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Il sommo poeta e il guerriero

Il sommo poeta e il guerriero

di Emanuele e Filippo Marazzini

19 Settembre 2021,10:18

La colonna di cavalieri raggiunse l’abbazia di Pomposa a metà pomeriggio. Fu la vista del campanile - speranza verticale di quiete e ristoro - a ridare agli uomini la forza di spronare un’ultima volta.

Oltre il muro di cinta Maurisio degli Oppici scese dal suo palafreno, appese la spada all’arcione e cercò invano un volto conosciuto nel gruppo di monaci che gli veniva incontro. A guidarli era il maestro dei novizi, Severo da Berceto, tonante di voce, ma filiforme nel busto. «Cerco l’abate, uno dei diplomatici che scorto soffre molto. A Venezia pareva risanato» disse Maurisio staccando scaglie di fango dagli stivali «non prevedevo di sostare qui stanotte, ma egli necessita di riposo. Sarete ricompensati» e con la mano indicò l’aquila rossa in campo giallo sugli scudi dei soldati ancora in sella. «Quell’uomo è grande amico di Messer Guido da Polenta. E voi conoscete la sua munificenza». Frate Severo, dopo essersi inchinato per omaggiare l’ospite e il nome del signore di Ravenna, agganciò un pollice al cordone del saio: «L’abate è partito ieri per Ferrara, prendo io le decisioni in sua vece. Nelle paludi la febbre putrida azzanna a tradimento: daremo riparo, e spero sollievo, al vostro compagno. Portatemi da lui».

Il malato era stato sistemato all’ombra, sotto l’atrio della chiesa, in attesa di ricovero. Stretto in una coperta nonostante il caldo, ansimava. Brividi e nausea, doppio tormento. Il volto non era memorabile. Pure nello sguardo Severo non catturò nulla di anomalo anche se dopo - col senno di poi - a chiunque lo avesse interrogato in merito, parlò sempre di “oculi vigiles atque validi”. Soltanto le dita nere d’inchiostro non furono sporcate dalle successive leggende: erano effettivamente tali.

Il religioso strinse all’uomo collo e polso, il battito vibrava. «Portatelo subito nella cella più fresca, sapete quale» intimò a due confratelli «e fategli mangiare noci sbriciolate nel vino. Poiché ripartiranno domani, un salasso lo infiacchirebbe troppo». «Chi è?» domandò poi Severo osservando i compagni allontanarsi. «Un poeta» sancì Maurisio. E la voce gli uscì fiera. Ma non disse di più perché gli ambasciatori, stravolti, insistevano per sapere dell’alloggio.

Maurisio, rinfrescatosi al pozzo con i suoi uomini, volle partecipare ai Vespri. Sostò poi nella basilica per pregare, ma non vi riuscì perché la navata affrescata lo distraeva. Negli ultimi bagliori del giorno, Antico Testamento e passato prossimo si mescolavano: il fondo piatto dell’arca di Noè somigliava vagamente a quello della tartana con cui avevano superato Chioggia; i fratelli di Giuseppe in ginocchio non parevano forse i messi ravennati a cospetto del doge? Per non parlare della Resurrezione: la terra marcia e smeraldina su cui poggiava il sepolcro era la stessa del delta del Po. Infine il corpo redivivo di Lazzaro gli ricordò il malato. Volle visitarlo, si procurò un lume. «Non ha mai perso conoscenza, ma non basta per dirlo fuori pericolo. Vorrei bevesse del brodo con aglio e assenzio» biascicò frate Passerino da Mantova mentre precedeva Maurisio per porte, scale, corridoi.

Quando entrarono nella stanzetta il poeta stava, a sorpresa, seduto sul pagliericcio: dava loro le spalle, la testa verso l’unica finestra, schiusa.

«Tornano le forze?» osò Maurisio.

«Lasciatemi solo» fu la fioca, ma ferma risposta.

«Tra poco vi porterò la cena. Anche se non avete appetito, mangiate» intimò Passerino.

Il cavaliere e il frate uscirono accompagnando la porta. Maurisio, d’un tratto, assecondò un capriccio: «Andate pure, vi seguirò tra un attimo». Perché desiderava stare lì? Nei giorni precedenti non era mai riuscito ad esprimere al malato la stima che aveva per lui; ascoltare brani della sua opera maggiore lo metteva di buonumore. In essi non trovava la quiete offerta spesso dalla musica, ma il ritmo di una cavalcata sull’argine del grande fiume, quando le zampe del destriero compongono terzine con gli zoccoli…

Socchiuse l’uscio e sbirciò: il poeta era inchiodato nella stessa posizione. Fece per parlare, ma la cera gli pianse sulle mani. Imprecò piano. Che stava facendo? Doveva tornare dai suoi, impartire gli ultimi ordini prima del rientro a casa, riposare qualche ora. Con un gesto inconsulto tracciò un segno di croce sul legno della porta e s’avviò sussurrando: «Quando mi diparti’ da Circe…».

Era il 12 settembre 1321: il giorno dopo Dante Alighieri, vinto dalla malaria, sarebbe morto a Ravenna.

© Riproduzione riservata

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