Teatro
Divertente e malinconico: il personaggio del grande Alessandro Benvenuti - apprezzato più volte a teatro e al cinema, un incanto “Benvenuti in casa Gori” con il suo “Ritorno”, ma anche “L’Atletico Ghiacciaia” e tanto altro tra cabaret, sceneggiature e regie - è, per “Lieto Fine”, visto al Teatro del Cerchio, figura sconnessa, turbata, con il bisogno di esistere parlando. Avendo il teatro come fulcro, tutti gli elementi affrontati, dalla scrittura drammaturgica (“un abbozzo di personaggio. Buffo? Ma neanche tanto”), al pubblico (il suo non è di tipo popolare?), dalla scenografia (quella una casa?!) ai personaggi che, da illusori, possono rivelarsi reali (quel Mario!: ha una relazione con Mara, sua moglie?). E s’inizia con Falstaff, il maestro di beffe e di bevute di colui che, divenuto re, lo bandisce dal regno…
“Il teatro fa dello smarrimento un sito archeologico. Bello scavarci dentro”. Va perdendosi il senso del tempo: davvero sono le otto di sera e non della mattina? Gli interrogativi si moltiplicano. Un affabulare ininterrotto, come per in quelle forme di depressione che temono il silenzio, il vuoto intorno. Tanti i contatti telefonici, anche a sorpresa, dagli esiti spesso esilaranti. E in mancanza d’altro c’è la lampada a stelo con cui dialogare. Sì, lui non deve stare molto bene se la moglie, da cui è separato, gli domanda preoccupata del suo sonno: quante gocce ha preso per dormire? Ma come mai ritorna il problema del catafalco?: dove potrebbero metterlo, lui dentro, in quella casa, comunque inadeguata ad accoglierlo una volta morto… E se fosse proprio così, lui solo un’ombra di passaggio, di là la bara? Andando in bicicletta, la ruota incastrata nella rotaia…
E’ uno spettacolo a più livelli “Lieto Fine”, di cui si gusta volentieri anche il gioco delle parole tra suono e senso, e si ride e si sorride delle battute dette “alla toscana” con Benvenuti che si muove finto impacciato in quello spazio scenografico fitto di molte cose, ruote alla Tinguely che ogni tanto si mettono in movimento, un orologio a cucù, fonti di luce sparse anche in barattoli semiaperti, al centro quella bicicletta su cui ogni tanto l’attore sale e pedala lasciando scorrere discorsi che dal metafisico scivolano nel quotidiano, dentro una sorta di ansia perenne, per lo spettacolo da completare, la gelosia per quel Mario in arrivo, il vago, indefinito, senso di spaesamento che prevale su tutto, stati d’animo che sembrano viaggiare in forma labirintica tra ricordi di teatro e di vita definitivamente connessi, tra suoni che, anche quando sembrano provenire dall’esterno emergono come dalla mente, accumuli stratificati e caotici come per le tante cose in scena. E’ così la vita? Raccolte in fondo inutili, da abbandonare, giunti alla meta ultima? Non sapendo però dove mettere il corpo, lui ormai defunto? “Ho comprato la casa sbagliata?…non è la location per il lieto fine?”. In tutto lo spettacolo si coglie il valore di quella comicità stralunata che è insieme di Alessandro Benvenuti e Roberto Abbiati, da godere in sé, al momento, ma che lascia intravedere una poetica colta, raffinata, resa così immediata attraverso procedimenti teatrali di speciale intelligenza e ironia. Lunghissimi gli applausi da parte del folto pubblico del Teatro del Cerchio, e poi ancora e ancora, per lo spettacolo, come omaggio a un maestro.
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