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Quel garage stipato di cocaina: condannati i cognati trafficanti

Quel garage stipato di cocaina: condannati i cognati trafficanti

di Georgia Azzali

07 Ottobre 2020, 10:16

Cognati ma anche soci. Legami di sangue e di affari. Era il business della cocaina a tenere uniti più che mai gli albanesi Lorand Maci ed Eduart Cela. Il magazzino della droga? Un garage dalle parti di via Trieste, nella disponibilità di Maci e a pochi passi dalla sua pizzeria, dove lo scorso novembre i poliziotti della Mobile avevano trovato 8 chili e mezzo di sostanza. Ma se Cela, 27 anni, aveva subito fatto «mea culpa», Maci, sette anni in più del cognato, ha sempre negato ogni responsabilità. Per il giudice Alessandro Conti, però, tutti e due avevano il controllo di quei chili di cocaina nascosti nel box. E ieri è scattata la condanna: 7 anni (e 30mila euro di multa) per Cela, che era anche accusato di aver piazzato in varie zone d'Italia, tra luglio e agosto 2019, 18 chili di cocaina; e 6 anni e 2 mesi per Maci, oltre al pagamento di 28mila euro. La scelta del rito abbreviato ha consentito a tutti e due di beneficiare dello sconto di un terzo della pena. Che, almeno per ora, Maci sconterà in carcere, mentre Cela ha ottenuto nel frattempo i domiciliari.

Un futuro simile, ammesso che le condanne diventino definitive, ma un passato molto diverso. Senza macchie quello di Cela, mentre Maci aveva già subito - e scontato - una condanna pesante per spaccio. Eppure, sembrava fosse ritornato alla grande nel giro, tanto che gli uomini dell'Antidroga, coordinati dal pm Daniela Nunno, avevano cominciato da qualche tempo a controllare i suoi spostamenti e i clienti di quella pizzeria che non pareva facesse grandi affari. Ma Maci, a dire il vero, non aveva più avuto guai con la giustizia da una decina d'anni. Quel garage di cui aveva le chiavi, però, ha poi fatto crescere più di un sospetto negli investigatori, a maggior ragione quando hanno cominciato a notare che Cela, un perfetto sconosciuto in quel momento, entrava e usciva spesso dal box. E spesso si vedeva in pizzeria con Maci o andava a trovarlo a casa.

Questioni di famiglia, ma i poliziotti erano convinti che ci fosse anche altro di cui parlare durante quegli incontri. Così certi che la sera del 5 novembre 2019 hanno deciso di bloccare e controllare i due in via Trieste. E alla domanda diretta «state nascondendo della droga?», si sono sentiti rispondere immediatamente che il bottino era in garage. Otto pani di cocaina chiusi in uno scatolone di cartone: un fiume di droga che, una volta tagliata, avrebbe potuto fruttare quasi 2 milioni.

Merce preziosa in un garage che sarebbe dovuto servire come magazzino per la pizzeria, almeno secondo quanto detto da Maci, ma che era semivuoto, cocaina esclusa. E il trasporto della droga? Cela si era organizzato: sotto i sedili anteriori della sua Fiat 500 sono poi stati trovati due vani creati ad hoc per poterci inserire lo stupefacente.

Il deposito dei prodotti e degli alimenti per la pizzeria pieno di cocaina, eppure Maci non avrebbe saputo nulla dei traffici del cognato, al quale aveva dato l'ok solo per riporre lì parte degli oggetti del trasloco. La difesa ha insistito a lungo anche ieri su questo aspetto, sottolineando inoltre che, sapendo della droga, Maci non avrebbe fatto intestare il contratto d'affitto del garage alla moglie, rischiando di mettere in pericolo anche lei. E gli oltre 12mila euro in contanti sequestrati a Maci? Proventi del locale, che per la difesa non navigava affatto in brutte acque.

Ma la ricostruzione «alternativa» non ha convinto: le motivazioni saranno depositate nelle prossime settimane, tuttavia è chiaro che per il giudice Maci era l'altra faccia del traffico di cocaina. Anche se Cela non ha mai puntato il dito contro di lui. Eppure non è bastato per salvare il cognato. Per far credere che il suo garage-magazzino fosse stato trasformato (a sua insaputa) in un nascondiglio di preziosa polvere bianca.

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