I cambiamenti di un Paese, il ruolo del suo presidente, l’economia, le istituzioni, i partiti, la società e la cultura della Russia, grazie al libro della scienziata politica Mara Morini, massima ed unica esperta di Putin in Italia, vengono svelati, oggi, nel suo libro intitolato: «La Russia di Putin» (edito da Il Mulino) che sarà presentato, venerdì, alle 18,30, presso la sala consiliare del Comune di Collecchio. Professoressa di scienza politica all’Università di Genova, Morini, che vive in una frazione di Tizzano, ha insegnato anche nella nostra Università. Il suo percorso è stato influenzato da importanti esperienze, fra le tante, la docente, è stata osservatore Osce e Visiting professor all’accademia diplomatica del Ministero degli esteri.
«Ho impiegato un anno a scrivere questo volume ma in realtà da oltre venti svolgo ricerche sull’argomento recandomi personalmente in Russia. Ho la fortuna di conoscere la lingua e uso le fonti primarie. Posso leggere cose che altri non leggono e fare interviste», spiega l’autrice.
«Il mio libro non è una biografia su Putin ma spiega come la Russia è cambiata in questi venti anni di leadership putiniana. Ho suddiviso il volume in quattro parti: la prima riguarda le istituzioni, un’altra tratta di partiti ed elezioni, la terza, invece, prende in esame l’economia e la società. Poi segue una parte che prende in esame la cultura russa, legata anche all’immagine dell’aquila a due teste, quella di un paese rivolto sia a occidente che a oriente. La parte culturale è fondamentale per capire la famosa anima russa. Noi abbiamo il difetto di interpretare il paese con un’ottica occidentale. Capire come ragionano i russi ci fornisce la possibilità di comprendere il perché di certe loro scelte. L’ultima parte, infine, riguarda la politica estera».
Che immagine traspare di Putin in questo libro?
«Positiva dal punto di vista politico. Il presidente della Russia si dimostra capace di gestire e guidare un Paese, fra le pagine emerge non solo la sua capacità manageriale, ma anche quella di intrattenere rapporti umani. Putin è in grado di gestire l’insieme di interessi dei vari attori che si muovono intorno al Cremlino, riuscendo a soddisfare tutti e evitando di crearsi troppi nemici».
Cosa resta dell’Urss comunista nella nuova Russia di Putin?
«L’aspetto organizzativo e istituzionale, di gestione del potere. Centralizzare le decisioni al Cremlino e limitare le iniziative delle varie Repubbliche. Putin ha capito l’importanza del ruolo del partito politico che serve per organizzare il consenso e per avere maggioranza parlamentare che non metta in discussione le decisioni del governo. E’ rimasta, poi, anche un’eredità culturale che riprende valori quali: patria, ordine, stabilità, molto sentiti dalla popolazione russa. Non rimane, invece, l’ideologia comunista di allora».
E’ stata annunciata la disponibilità del vaccino. A suo parere è una manovra propagandistica? Una dimostrazione di forza nei confronti dell’Occidente?
«Sicuramente è una dimostrazione di forza, da utilizzare in chiave di politica internazionale, tuttavia, credo che dal punto di vista di laboratori e analisi, i russi, siano avanzati e ritengo sia stata fondamentale per la definizione di questo vaccino la missione “Dalla Russia con amore” che i russi hanno compiuto in Italia, a Bergamo, dove hanno avuto modo di studiare il virus nella zona a più alta concentrazione in Italia. Hanno fatto analisi sul campo, guadagnando, in termini di tempo, conoscenze sulla elaborazione del vaccino che, però, da un punto di vista di riconoscimento internazionale dell’Oms, non viene considerato. Attualmente non è ancora stato distribuito fra la popolazione russa».
Si dice che il capo dell’opposizione Navalnyj sia stato avvelenato. Il pensiero corre, dunque, alla crisi della Bielorussia con il vincitore delle elezioni Lukashenko, rifiutato dal popolo e accusato di frode. Può essere che Putin tema che la rivolta contro il neo presidente abbia ripercussioni in Russia e l’abbia dunque spinto a una mossa azzardata contro il maggiore oppositore in patria?
«La vicenda di Navalnyj ha motivazioni di politica interna ed estera. Lui è stato un grande oppositore del referendum del 1 luglio, ha parlato di boicottaggio della costituzione e di colpo di stato, stava assumendo un ruolo importante nelle campagne elettorali delle elezioni che avranno luogo in settembre nelle quali sta sostenendo i candidati che si oppongono al presidente. Inoltre ha sostenuto la protesta in estremo oriente relativa al licenziamento di un governatore che non era in linea con la guida putiniana. Navalnji nelle politiche interne aveva un ruolo fondamentale per fomentare la protesta anche grazie alla sua capacità di mobilitare migliaia di persone attraverso i social. Le modifiche costituzionali non gli avrebbero comunque permesso di partecipare alle prossime elezioni presidenziali, quindi, Putin non avrebbe avuto nessun interesse ad essere il mandante dell’avvelenamento, anzi non avrebbe giovato alla sua immagine. A livello invece internazionale Navalnji era in prima linea nel sostenere le proteste in Bielorussia tanto e vero che si è inimicato Lukashenko. Questo potrebbe averlo fatto finire nel mirino sia dei servizi di intelligence bielorussi preoccupati dalla possibilità di un’ulteriore intensificarsi della protesta, sia in quello dei servizi russi che potrebbero temere un eventuale effetto di imitazione da parte della popolazione russa. Ritengo comunque abbastanza improbabile una protesta di eguali proporzioni, in quanto la popolarità di Putin seppur ridimensionata rimane a livelli superiori rispetto a quella del presidente bielorusso».
Negli attuali equilibri mondiali qual è il ruolo di Putin e della Russia?
«E’ stata ambizione di tutta la leadership di Putin di riportare la Russia ad essere una grande potenza mondiale e di limitare così l’unilateralismo statunitense. Sfumati i tentativi di rivolgersi all’unione europea che viene vista da Putin come un attore dipendente dagli Stati Uniti, ha rivolto lo sguardo a oriente, guardando alla Cina e cercando di creare un asse in contrapposizione con il potere americano. Fondamentali saranno le prossime elezioni statunitensi per capire se e come cambierà la politica estera americana e che impatto questo avrà sugli equilibri mondiali».