Il racconto della domenica
6 anni, “l'età ottimale, perciò dura esattamente 7,2 secondi” come dice un noto scrittore americano. Ma in quei pochi secondi io credo che ciò che si riesce ad assimilare possa condizionare la vita intera. Primi di giugno, temporale: sole naufragato, pioggia scrosciante. Dalla finestra osservavo il giardino che divorava cascate di acqua e spampanava i fiori. Piegava i tulipani, scompaginava le aiuole di violette ed io non avevo voglia di fare gli esercizi che la maestra mi aveva assegnato: il mio primo anno scolastico volgeva al termine .Solo i fiori di loto nel laghetto del giardino coi loro petali carnosi restavano impassibili all'assalto. Il nonno stava al pianoforte nella stanza attigua. Si era deciso a suonarlo dopo averlo posseduto per anni, rimirandolo e nutrendone un certo timore reverenziale. La mia bisnonna era stata una brava concertista ma non aveva avuto il tempo di insegnare a suo figlio il quale faceva del suo meglio da autodidatta . Avevo voglia di sole, quel sole tiepido che mi avrebbe permesso di raggiungere Ginevra e Greta della casa di fronte per giocare a tegamini e comporre i dolci di sabbia e terra con gli stampini . Mi è sempre piaciuto vivere all'aperto, inventare l'intesa con quella natura assolata che dorava le pesche e le albicocche nel brolo dietro casa. Nonno Renino mi ha sempre detto che questo attaccamento risale alla preistoria: le donne in special modo sono state le prime ad andare nei boschi a dialogare coi cespugli, a stringere patti con gli alberi, e captare i messaggi delle foglie per farne una saggezza antica. Mi annoiavo, il nonno stava entrando nel salone con una tazza di tè, io vicino al caminetto spento giocherellavo con un grosso fior di loto al centro della tavola, su un bellissimo centrino di pizzo chiacchierino perlato” Non sciuparlo, Petula, per favore”, ”è un fiore molto raro”. “Cos'ha di speciale nonno?”, chiesi, “nel laghetto ce ne sono altri”. “Ti ho mai raccontato la storia di Enheduanna che amava tanto il fior di loto?” Egli mi aveva letto molti libri di favole, i romanzi di Salgari, tante poesie . Quel nome non lo avevo mai sentito ma tanto bastò per accendere mille lampadine nei miei piccoli occhi di bambina. Quando il nonno raccontava , il sismografo delle emozioni registrava vari sobbalzi nel mio piccolo cuore, perchè sapeva farmi sognare ad occhi aperti. Era un vero affabulatore ed ascoltarlo era sempre una gioia. “Bene”, continuò, “allora sappi che dobbiamo essere grati a questa pioggia . E' un vero nutrimento per il nostro giardino e il nostro frutteto. Questo bellissimo fiore tanto caro alla sacerdotessa sumera Enheduanna, simboleggia la purezza dell'anima e ha bisogno di tanta acqua affinchè i suoi rizomi possano crescere . Enheduanna è stata la prima poetessa di cui la storia possiede testimonianza Era una splendida donna, figlia di un Re sumero della città di Ur, nella fertile Mesopotamia. Un giovane guerriero alto e forte si era invaghito di lei ma il Re non era d'accordo: aveva scelto per la figlia il ruolo di sacerdotessa del Dio Nanna. Funzione prestigiosa che avrebbe ricoperto di onori e gloria la famiglia reale. Il giovane Dumutzi fu allora allontanato e spinto verso i monti Zagros a presidiare il confine del regno. Nei giorni di lontananza dal suo amato, Enheduanna iniziò a scrivere su piccole tavolette di argilla le prime poesie di cui parla la storia.” E come fai a saperlo nonno?” Sono state ritrovate e tradotte dalla scrittura cuneiforme, si tratta di poesie d'amore. Intanto Dumutzi nei pressi del fiume Eufrate aveva scoperto un piccolo lago interamente ricoperto da questi fiori che non aveva mai visto. Gli parlavano di lei. Con quei colori rosa tenue gli ricordavano le sue labbra, il verde brillante evocava i suoi occhi dolci, il ragazzo ne fu tanto colpito che ne volle portare alcuni alla bellissima principessa. Enheduanna ne restò così affascinata che chiese alle sue ancelle di portarli al tempio per fare un'offerta al Dio”. Mentre il nonno parlava, la sovrana felina sul divano, sbadigliava e si accomodava sui cuscini di seta. La pioggia era cessata e un bel sole spuntava dalle nubi che fuggivano nel cielo dilavato di smalto azzurro. La luce era morbida e chiara. “E poi nonno? Ti prego continua!” “Bè, il finale della storia non lo conosco”, confessò con dolce candore. “Ma ho un'idea: possiamo inventarcelo noi, anzi tu stessa. Prova a immaginartelo: con un niente di leggerezza potrai esplorare e lasciarti condurre in altri mondi”. Davanti ai miei occhi vidi la principessa: il suo viso di una bellezza magnetica sembrava scolpito. Portava una tiara da cui pendevano lapislazzuli sfaccettati e al collo molti giri di collane dorate con un diadema al centro del petto a forma di testa di leone. Due lunghe trecce corvine spuntavano dagli orecchini e si
adagiavano morbidamente sulle sue spalle tornite. E vidi fiori rosati, lacrime, stelle, pulviscolo d'oro che la ricopriva. Il suono incalzante del campanello mi fece sobbalzare: “forza Petula, esci tartaruga!” Erano le mie amichette liete e festanti che mi chiamavano al gioco all'aperto. “Arrivo più tardi, devo finire i compiti!” Mentii. “Che noiosa” sbuffarono Ginevra e Greta. Avevo molta voglia di inventarmi un bel finale per la storia della principessa e da quel giorno non ho più smesso di rinverdire i gradini incantati della fantasia.
P.S. Sono passati tanti anni ma i tuoi insegnamenti continuano ad abbracciare la mia vita. Grazie nonno Renino. Ovunque tu sia.
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