L'occhio del Dragone
Oliver Clegg «A horse is a horse/Of course, of course!», oil on linen. Courtesy the artist / The Journal Gallery.
La strada è ancora sterrata, per cui, senza occhiali da sole, in moto si attraversano nuvole di polvere ad occhi chiusi. Arrivo al piccolo supermercato in mezzo alla giungla, parcheggio il mio catorcio e vado a comprare una bottiglia di vino rosso: stasera si mangia brasato e polenta. Grazie a YouTube, ho deciso di fare la cena di Capodanno di fronte al mare. Da queste parti, brasato e polenta non li hanno mai visti.
Sono alla cassa che aspetto di pagare e sento una voce familiare alle spalle. Di primo acchito mi ricorda la Gialappa’s Band; mi giro incuriosito ed è Lapo Elkann, a piedi nudi, in costume da bagno, che aspettava il suo turno in coda. Ormai, nel cortocircuito che è diventato questo angolo sperduto del Centro America, non mi stupisco più di tanto: lo saluto e tiro dritto.
Una giungla fitta, popolata da scimmie e qualche cane randagio, arriva fino alla spiaggia. Con la foschia del mattino sembra di essere a Jurassic Park. Dall’acqua, guardando verso le montagne, spuntano ville importanti, in stile balinese (remixato a photoshop), ben nascoste dalla vegetazione, ma la strada è ancora sterrata e i servizi sono essenziali.
Tra le celebrities in ciabatte ci sono vecchie guardie come la modella Gisele, che pare sia una brava surfista, così come new entry dell’ultimo momento tipo Beyoncé, che però in spiaggia non si è fatta mai vedere. Tutti in cerca di un’esperienza a piedi nudi per sentirsi ancora umani in questo pezzetto di paradiso ancora incontaminato. La pizzeria è la stessa per tutti, così come il supermercatino; poi, sul line-up, le gerarchie non hanno più importanza e siamo tutti in balia delle onde.
Un anno fa, camminando sulla spiaggia, ho visto un piccolo Gesù con la barba lunga fino all’ombelico, tutto lucido e abbronzato, con un “amico/discepolo” che gli portava la tavola da surf. Pensavo fosse un santone locale acchiappa-turiste, invece era Jack Dorsey, il fondatore del defunto Twitter, in versione hippie, che passeggiava davanti alla sua nuova proprietà: un altro angolo di giungla che non si può più attraversare. Ogni giorno se ne mangiano un pezzettino.
Vi racconto questi luoghi perché è qui che, in pieno inverno, si muove — come un serpentone senza testa — il mondo dell’arte di New York. Nato come avamposto, non più di vent’anni fa, di newyorkesi artisti-e-surfisti in fuga dall’inverno, oggi questo pezzo di giungla racchiude una versione in miniatura dell’intero ecosistema dell’arte di New York. Tra palme di cocco e Pochote (alberi sontuosi, ma con il tronco ricoperto di spine che ti impediscono di abbracciarli) si nascondono collezionisti ambiziosi, galleristi, art-dealer e, chiaramente, un nutrito numero di artisti.
A noi lo fece scoprire per la prima volta Maurizio Cattelan, che durante il Covid ci suggerì di scappare da queste parti. Forse il primo in assoluto tra gli artisti ad aver scoperto questo posto è stato il pittore Jules de Balincourt, che vi ho presentato in un articolo precedente e che, a differenza di molti altri, è un vero surfer. Ma se ne incontrano tanti: chi sul line-up (il punto dove iniziano a rompersi le onde e dove tutti i surfisti si ritrovano, una sorta di salotto galleggiante), chi al ristorante, chi a mollo nelle loro piccole piscine da giardino (che qui i locali chiamano “raccoon toilets”).

Oliver Clegg nel suo studio, 2024. Courtesy Jade Madoe.
A Natale sono andato a mangiare nella nuova casa-studio di Oliver Clegg, anche lui pittore di formazione newyorkese, che si è trasferito qui durante il Covid con moglie e figlie e non è più tornato, se non per le vernici delle sue mostre. L’ultima l’ha fatta da The Journal Gallery - ”Don’t just do something, stand there” at The Journal Gallery in New York, New York (2024) - in pieno inverno. Rincontrarlo in città sembrava un’allucinazione: ormai la giungla lo ha trasformato in un uomo col sorriso, e a New York se ne vedono pochi in giro che ridono.
Pare siano arrivati oggi anche Eleanor Rines di 56 Henry street Gallery con un paio dei suoi artisti e Max Levai, altro gallerista di New York che è appena ripartito con un nuovo progetto. Figlio della famiglia Levai della storica Marlborough Gallery, ha venduto la galleria di famiglia (o forse l’ha persa, non si capisce bene) e ha riaperto un suo progetto negli Hamptons chiamato The Ranch, su quello che un tempo era il terreno di Andy Warhol.
Ho partecipato a una mostra che ha organizzato lì due anni fa, curata dai fratelli Reeds: una collettiva storica che si ripete circa ogni sette anni e che si intitola Drunks vs Stones, a cui partecipa la crème de la crème dei pittori newyorkesi, più qualche wild card. Da due mesi Max ha aperto anche un piccolo spazio a New York, in Lispenard Street, nel nuovo “hot-block” dell’arte a Tribeca. Mi raccontava che ha intenzione di aprire anche una residenza per artisti da queste parti: ha comprato un terreno e credo lo stia già sviluppando. Se dovesse succedere, vi tengo aggiornati.
Ma sono pochi gli artisti che riescono a lavorare bene da expat ai tropici. Peter Doig ha vissuto vent’anni a Trinidad e Tobago ed è uno di quelli che ha trovato il suo mojo in mezzo alle palme, riuscendo a costruirsi una carriera incredibile. Da quello che mi raccontano qui, però, è difficile dipingere nella giungla: manca lo stress, manca la cazzimma, manca l’alienazione (a volte manca anche la luce). Sembrano luoghi comuni, ma in posti come questi il cervello entra quasi subito in modalità “jungle brain”: si rilassa, osserva le onde, gioca, si perde a guardare le scimmie e, in men che non si dica, ti ritrovi privo di programmi o esigenze, senza il problema dell’ispirazione, senza “il mostro” che ti insegue per lo studio, senza sapere che ore siano, se non che manca poco al tramonto. Come degli Ulisse catturati e ammaliati dalle sirene, ci ritroviamo spiaggiati ad aspettare la prossima onda. E per quanto idilliaco possa sembrare, gli artisti newyorkesi hanno bisogno di New York — del caos, del freddo in studio e delle facce imbronciate per la strada..
Tra qualche giorno, come in un miraggio, la spiaggia si svuoterà. Le gallerie devono riaprire i battenti, ognuno tornerà nei propri ranghi, indossando la propria divisa. Per ora me ne sto sull’amaca a guardare le foglie ondeggiare, aspettando che passi un’altra famiglia di scimmie.
Il 2025 ha celebrato il centenario della nascita di Joan Mitchell, un anniversario che ha segnato una svolta decisiva nella percezione dell'artista. Mitchell non è più vista come una semplice esponente dell'Espressionismo Astratto americano, ma si è affermata come un motore trainante del collezionismo blue-chip a livello globale. Se in passato il suo nome era ancora associato all'etichetta di "donna del movimento", oggi tali definizioni risultano superate: il mercato delle sue opere compete apertamente con i risultati raggiunti da colleghi come Jackson Pollock e Willem de Kooning.
Questa nuova centralità di Mitchell è testimoniata dai risultati d'asta più recenti, che delineano una crescita costante e significativa. Nel novembre 2023, Untitled (1959) è stato venduto da Christie’s per la cifra record di 29,16 milioni di dollari. A questo risultato straordinario hanno fatto seguito altre aggiudicazioni di rilievo: il dittico Sunflowers (1990-91) ha raggiunto 27,91 milioni da Sotheby’s nello stesso mese, mentre Noon (circa 1970), capolavoro del periodo francese, ha toccato 22,61 milioni nel maggio 2024.
Anche le tele storiche sono molto ricercate: City Landscape (1955) è stata battuta per 17,08 milioni nel novembre 2024 e Sunflower V (1969) ha raggiunto 16,7 milioni nel novembre 2025. A confermare la forza del mercato anche sul versante privato, durante l’ultima edizione di Art Basel Miami Beach un’opera astratta del 1979 è stata proposta a 18,5 milioni di dollari, superando persino la valutazione di un lavoro di Andy Warhol.
Negli ultimi dieci anni, il mercato di Joan Mitchell ha vissuto una vera e propria metamorfosi. Inizialmente l’attenzione dei collezionisti era rivolta quasi solo alle opere degli anni ’50, caratterizzate dal gesto rapido, nervoso e denso tipico della New York School. Con il tempo, però, anche i lavori delle decadi successive sono stati riscoperti e valorizzati. Un ruolo fondamentale in questa evoluzione è stato giocato dalla galleria David Zwirner, che dal 2018 gestisce l’Estate dell’artista. Mostre tematiche come "To define a feeling: Joan Mitchell, 1960–1965" (2025) hanno contribuito a educare il pubblico a apprezzare la complessità e la varietà della sua produzione oltre il periodo giovanile.
Parallelamente, grandi retrospettive itineranti tra il SFMOMA, il Baltimore Museum of Art e la Fondazione Louis Vuitton hanno ricollocato Mitchell come ponte essenziale tra il XIX e il XX secolo. L’accostamento delle sue opere a quelle di Monet a Parigi ha consacrato la sua importanza storica e fatto salire le quotazioni delle opere della maturità ben oltre i 20 milioni di dollari.
Joan Mitchell è stata un'artista perennemente in movimento, sia fisico che stilistico. Cresciuta a Chicago in un ambiente colto — la madre era la poetessa Marion Strobel — sviluppò presto un'indole competitiva e atletica. Fu una campionessa di pattinaggio artistico, una disciplina che molti critici rivedono nella fisicità dei suoi dipinti: un mix di grazia, equilibrio precario e forza muscolare applicata alla tela. Dopo la laurea al School of the Art Institute of Chicago nel 1947, si stabilì a New York nel 1949, entrando nel cuore della New York School. Era una delle poche donne ammesse al "The Club", lo spazio esclusivo dove si riunivano Franz Kline e Robert Motherwell, e frequentava regolarmente il Cedar Bar. Tuttavia, la Mitchell non rimase mai prigioniera di un'etichetta nazionale. Nel 1959 si trasferì permanentemente in Francia, stabilendosi infine nel 1968 a Vétheuil, in una proprietà che si affacciava sulla Senna, a pochi passi da dove aveva vissuto Claude Monet. Qui, fino alla sua morte nel 1992, Mitchell ha fuso la forza gestuale americana con la luce e il colore della tradizione europea di Van Gogh, Matisse, Cézanne e lo stesso Monet.
L’evoluzione stilistica di Mitchell accompagna quella commerciale. Negli anni ’50, le sue tele sono cariche di un’energia controllata; dopo il trasferimento in Francia, la sua tavolozza si apre all’investigazione cromatica e la tela nuda viene utilizzata per far “respirare” il colore. Negli anni ’80 e ’90, Mitchell realizza opere più rarefatte e metafisiche, dove la pennellata si fa sintetica e libera. L’artista stessa definiva un dipinto riuscito come “un movimento reso immobile”.
Considerando che la maggior parte dei capolavori della fine degli anni ’50 si trova oggi in collezioni museali, la comparsa sul mercato di un dipinto di grandi dimensioni eseguito tra il 1956 e il 1959, o di un’opera della serie La Grande Vallée (1983), potrebbe stabilire nuovi record oltre i 30 milioni di dollari.
Nonostante permanga un divario rispetto ai picchi di prezzo raggiunti dai contemporanei uomini, Mitchell è oggi la leader assoluta dell’astrazione femminile, superando nettamente artiste come Lee Krasner e Helen Frankenthaler. Il suo mercato rimane vivace, capace di attirare capitali sia dall’Europa che dall’Asia. Joan Mitchell rappresenta un’ opportunità per i collezionisti di possedere un capolavoro dell’Espressionismo Astratto, consolidando il suo ruolo di regina delle aste e simbolo di qualità creativa e valore formale.
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