Libro
«Il giorno in cui sono partita mi facevano coraggio le mie figlie. “Tre mesi, non devi stare di più!” mi dicevano. Sono passati vent’anni». Liliana Nechita, scrittrice romena, si è raccontata nel Santuario Conforti nell’ambito di «Mani per il mondo». Intervistata dalla saveriana Virginia Isingrini, ha presentato il suo libro «Ciliegie amare» (Fve Editori) rievocando l’esperienza di badante in Italia. Ha suggellato la toccante testimonianza un’intensa preghiera della Chiesa ortodossa romena di Parma.

L’intervista ha snidato le pieghe più nascoste di un’esperienza così dolorosa che spesso spinge chi la vive alla dissociazione. «Mi sono imposta di non essere felice. A Perugia, dove ho vissuto, c’era il festival del cioccolato, con musica e colori. Volevo ridere. Condividere. Ma le mie figlie non c’erano. Mi sono negata le emozioni anche per sentirmi più forte. Se le avessi lasciate emergere, sarei tornata a casa. Per sei anni non ci sono andata. Ho visto mio nipote, nato poco dopo la mia partenza, quando già andava a scuola».
Nechita ha una formazione classica. I libri sono stati la sua salvezza. «Non vedevo l’ora di ritirarmi in camera per leggere. Ho imparato l’italiano e mi sono iscritta in biblioteca. Se vedo qualcosa che mi fa male scrivo. Vivo la scrittura come risurrezione».
Presto si è fatta voce di tante. «Chi emigra non racconta mai cosa prova, perché la società lo vuole vincitore, ricco, caparbio. Uscito il libro, mi hanno cercato molte persone ferite. L’emigrazione è nel cuore quando non si è capiti e amati».
Ha assistito anche malati. «Sono stati come i miei genitori. Da loro non ho mai subito umiliazioni. Mi hanno amata. Gli anziani sono come bimbi, dicono grazie per un bicchiere d’acqua. Ne aiutavo uno molto povero. A volte gli pagavo io la spesa. Mi diceva: “Stella mia, come farei senza di te?”».
In Romania Liliana era tecnico di produzione. «Dopo alcuni anni come badante, ho cercato un altro lavoro, ma nessuno mi ha assunta». Assiste ancora le persone, ha scritto un nuovo libro e trovato un nuovo amore. «La società spinge a comprare tappeti, mobili, auto, vestiti, gioielli, tre computer, due case. Si lavora da mattina a sera per avere cose inutili. Io ho aiutato le mie figlie a studiare e a crescere».
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