Con settembre che si avvicina entra nel vivo non solo la campagna elettorale italiana, ma anche quella degli Stati Uniti. Come tradizione, infatti, il primo martedì del mese di novembre le urne saranno aperte in tutti gli States per eleggere non il presidente (la corsa alla Casa Bianca ci sarà tra due anni), ma l’intera Camera dei rappresentanti (i quali hanno un mandato biennale) e un terzo dei membri del Senato.
Si tratta, quindi, di elezioni legislative e non presidenziali, visto che il sistema statunitense prevede un presidente con poteri esecutivi eletto ogni quattro anni e un potere legislativo (e di controllo) in capo a Camera e Senato che vengono scelti, con le modalità esposte prima, ogni due anni. Questo vuol dire che negli Stati Uniti, ormai da molti anni, si fa campagna elettorale perennemente (il termine «permanent campaigning», l’ha, in effetti, inventato un politologo americano, Sidney Blumenthal nel 1980) e le elezioni di medio termine («midterm», per usare il termine inglese) sono diventate il secondo spettacolo più importante in cartellone. Questo perché – a prescindere dal partito che esprime il presidente – chi controlla il Campidoglio ha un enorme vantaggio politico. Ora come ora i democratici esprimono il presidente e hanno una maggioranza, anche se non solidissima, alla Camera. Il Senato, invece, è diviso in due: i seggi sono 100 e i democratici nel controllano 50, così come i repubblicani. Però il presidente del Senato – cioè la vicepresidente degli Stati Uniti, Kamala Harris, democratica – in caso di parità più esprimere il voto decisivo. I democratici, quindi, hanno un debole vantaggio sui repubblicani. Un vantaggio molto debole perché le regole del Senato fanno sì che per non bloccare nella palude le leggi non essenziali – come quella di bilancio – servano almeno 60 voti. Questo da decenni provoca una paralisi legislativa molto dannosa, ma finora il timore di non riuscire a condizionare, almeno in parte, l’attività legislativa pur essendo all’opposizione ha vinto sulle esigenze di efficienza e non c’è stato alcun tentativo serio di modificare i regolamenti del Senato. Fino a poche settimane fa tutti i sondaggi – siamo negli Stati Uniti e le rilevazioni demoscopiche vengono fatte tutti i giorni e a volte più volte al giorno – davano i repubblicani in vantaggio nella corsa alla Camera e in parte anche al Senato. Joe Biden, il presidente in carica, aveva degli indici di gradimento pessimi e gli sconquassi provocati dalla fine caotica della presidenza Trump cominciavano a sbiadire nella mente degli elettori indipendenti, anche perché il tycoon, privato del megafono dei social da cui è stato bandito, faticava a trovare un tono di voce adeguato alle sue smisurate ambizioni. In più i democratici pagavano il dazio per il fatto di essere al governo e quindi, in qualche modo, legati alla performance del presidente che non era brillantissima. Si prospettava, quindi, una prevedibile vittoria del Grand Old Party (i repubblicani) sul Partito democratico. L’elefante (tradizionale simbolo repubblicano) sembrava destinato a battere facilmente l’asinello (simbolo dei democratici). Ora però le cose stanno cambiando. È ancora presto per dire se si tratta di una vera e propria inversione di tendenza o di una semplice increspatura, ma perfino l’autorevole e apartitico «Cook Political Report» nota che la perdita della maggioranza della Camera da parte dei democratici non è scontata. Anzi, tutt’altro. Cosa è successo negli ultimi mesi? Prima di tutto i democratici hanno trovato un compromesso tra l’ala progressista e quella centrista permettendo a Biden di far approvare dal Congresso un ambizioso piano di aiuti che è anche un sostanzioso intervento di ridistribuzione del reddito, a favore non dei poveri, ma dei redditi medi e medio-bassi. Una cosa che non succedeva da decenni. E questa vittoria politica ha reso decisamente migliori gli indici di gradimento del presidente. Però il vero punto di svolta, secondo i sondaggi, si è verificato quando la Corte Suprema ha abrogato una sua precedente sentenza («Roe vs Wade») che di fatto consentiva il diritto d’aborto a livello federale. Da questo momento in avanti gli Stati retti da governatori repubblicani e conservatori hanno fatto a gara per restringere sempre di più (in pratica a vietare in ogni caso) il diritto all’interruzione di gravidanza. Però la grande maggioranza degli americani, ormai, considera l’aborto un diritto acquisito delle donne e così c’è stato uno spostamento significativo di consensi degli elettori indipendenti e, soprattutto, c’è stata una fortissima motivazione per gli elettori democratici i cui entusiasmi erano piuttosto spenti, per la oggettivamente soporifera presidenza Biden. Un esempio clamoroso di questo atteggiamento pro-choice (nel marketing politico non sei mai a favore dell’aborto, ma a favore della scelta della donna) è stata la vittoria in Kansas – Stato tra i più conservatori degli Stati Uniti – degli antiabrogazionisti in un referendum che si pensava dovesse ratificare senza patemi la restrittiva legge varata dal parlamento statale. Se i democratici sapranno sfruttare l’atteggiamento pro-choice della maggioranza degli americani sarà possibile che non perdano la maggioranza alla Camera. Anche perché, dopo la perquisizione dell’Fbi del buen retiro trumpiano di Mar-a-Lago e al successivo sequestro di documenti top secret, il vecchio leone si è svegliato ed è tornato a ruggire. Galvanizzando la sua base elettorale – quella che non l’ha mai abbandonato anche se continua a dire, falsamente, di aver vinto le elezioni –, ma al tempo stesso spaventando quelli che pensano che Trump sia un pericolo per la democrazia americana. Tra gli elettori indipendenti, ma anche tra i repubblicani.