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Editoriale

Mosse a rischio di Donald Trump

Mosse a rischio di Donald Trump

20 Marzo 2025, 13:01

Le azioni di Trump sembrano essere ispirate a due concetti.

Il primo è quello del Tancredi del Gattopardo: «bisogna cambiare tutto se si vuole che tutto rimanga com’è». Nel mondo di ieri sussisteva il primato assoluto degli Stati Uniti, la Pax Americana. Da qualche anno questa supremazia è evaporata perché gli Stati Uniti hanno commesso tanti errori; perché altri paesi stanno emergendo nel mondo, se non altro con la propria potenza commerciale (che oggi vanno raggruppandosi sotto l’egida dei Brics); perché il mondo si è frammentato in tanti problemi regionali, con diffusi scontri militari, impossibili da governare dall’alto se non con l’impiego di forze militari sproporzionate per qualsiasi potenza globale.

Perché - in breve - nel mondo si è diffusa una coscienza nuova d’insofferenza verso una gestione del mondo in stile padronale. C’è una fame di partecipazione alla gestione del mondo, senza che ad oggi si siano ritrovati strumenti di cooperazione efficaci. Trump sembra voler ribaltare tutto questo per tornare alla fine di nuovo il leader globale di questo mondo radicalmente cambiato. L’America con la sua potenza tecnologica ritorna al governo del mondo, eventualmente in coabitazione con la Cina.
Il secondo concetto cui si ispira Trump sembra essere quello di don Vito Corleone, il Padrino: «Tieniti stretti i tuoi amici, ma soprattutto tieniti vicino i tuoi nemici». Solo in questa luce si può spiegare da parte di Trump il ribaltamento delle alleanze, mollare l’Europa e avvicinamento alla Russia di Putin. Fissare a tutti i costi una pace in Ucraina senza la partecipazione, non solo dell’Europa, ma dell’Ucraina stessa. Ricordate? Il trattato di Monaco del ’38 a danno della Cecoslovacchia, senza la sua presenza al tavolo dei negoziati.
A memoria d’uomo non si era mai verificato un ribaltamento simile delle alleanze da parte degli Stati Uniti, soprattutto in così poco tempo, nel brevissimo spazio di un cambio di amministrazione. È vero, il vecchio generale De Gaulle lo aveva previsto nel lontano novembre del 1959: «Chi può dire che le due potenze che hanno le armi nucleari un domani non si mettano d’accordo per spartirsi il mondo?». Da qui -allora - la decisione di costruire una francese force de frappe e di dotarsi di quell’arma atomica, che oggi Macron mette a disposizione degli alleati europei.
Entrambi gli aspetti confermano peraltro la sensazione che Trump abbia un nemico nascosto, dal quale non si può sottrarre: il Tempo. Per cui Trump ha fretta di concludere. Perché lo scorrere del Tempo impone tra 17 mesi una nuova tornata elettorale per il rinnovo del Congresso e del Senato, che potrebbe rovesciare le attuali maggioranze parlamentari (oggi 51 a 49), e paralizzare l’azione futura di Trump. Secondo, ben noto fin dall’inizio, Trump non potrà essere rieletto per un secondo mandato, e quindi potrà non avere il tempo materiale per completare il suo programma politico originario.
Ma le mosse di Trump sono rischiose, anzitutto per l’America stessa.
La battaglia sui dazi potrà anche portare la recessione in Europa, ma senza dubbio porterà ad un aumento dell’inflazione negli Stati Uniti, con rialzo dei tassi d’interesse, che penalizzano la classe media americana e la polarizzano ulteriormente su due fronti contrapposti. Questo condurrà ad un inevitabile mutamento negli orientamenti elettorali. Ricordiamo che Trump ha avuto nel ’24 gli stessi voti del 2020, e quindi non ha una maggioranza garantita per le prossime elezioni.
La battaglia, poi, tutta interna all’amministrazione pubblica americana -con le iniziative del Doge Elon Musk, con i licenziamenti dei funzionari non fedeli a Trump, e lo stop agli aiuti UsAid ai paesi poveri, in primis, ha sollevato l’indignazione generale, in secondo luogo ha mosso l’azione di tanti magistrati locali con una serie di decreti di annullamento dei provvedimenti contro l’amministrazione Trump. La giustizia americana sarà paralizzata da migliaia di processi contro il governo, e forse in quel caso le minacce di ritorsione di Trump non saranno sufficienti.
Esiste poi un terzo fronte che gli Usa, nella prospettiva di una loro leadership globale non possono trascurare, che sono le alleanze extra-europee. In che misura Taiwan può sentirsi sicura della protezione americana a fronte della continua sfida cinese per un’annessione? E come non pensare che essa, Taiwan, nell’interesse supremo di un accordo Usa e Cina per spartirsi il mondo, non venga sacrificata?
E così ci sono tutti gli altri paesi del Pacifico da considerare, a partire dal Giappone, la Corea del Sud, oltre ai piccoli come Filippine, Tailandia; come pure Indonesia e Vietnam (nemico storico della Cina); magari pure l’Australia. E l’immensa India, da sempre in contrapposizione alla Cina, cosa farà? La domanda cruciale rimane: ci si può fidare dell’America di Trump? Se la risposta è no, la risposta inevitabile è la ricerca di accordi di transizione e convivenza con il più forte, ma poi contestualmente riarmarsi per garantirsi la propria sicurezza.
Ecco il paradosso della pace in Ucraina. Tutti la vogliono, ma poiché l’aggressore (come affermato da votazione Onu a larga maggioranza) ottiene tutto quello che voleva, quella pace può essere la premessa per futuri conflitti. Semplicemente, perché, come si è raggiunta, la pace fa crollare i rapporti di reciproca fiducia tra le diverse nazioni.
Un esempio del passato? La pace di Versailles del 1919, firmata senza la presenza degli sconfitti.

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