la storia
Uno strano apparecchio esposto nel capannone dell’associazione Rover Joe ha catturato l’interesse e la curiosità dei visitatori di «A riva la machina», la grande esposizione nel quartiere la Bionda, a Fidenza.
Si tratta di un «provavalvole» costruito nella scuola di Avviamento elettrotecnico di Salso dal docente di allora, Bruno Veneziani, che ha suscitato molta curiosità e anche commozione. E’ stato Enrico, il figlio di Bruno, che ha portato l’apparecchiatura agli organizzatori, raccontando la bella e incredibile storia, di cui era stato protagonista il padre.
«Questa apparecchiatura è un provavalvole costruito a scopo didattico per testare valvole termoioniche, ma in realtà opportunamente collegato nasconde un segreto: si trasforma in un ricevitore radio».
Siamo negli ultimi anni della seconda Guerra mondiale e questo dispositivo è stato costruito furtivamente, per scopi didattici, nell’officina elettrotecnica delle Terme Berzieri di Salso dal docente Bruno Veneziani: la parte segreta fu appositamente ideata per poter ascoltare di nascosto Radio Londra e passare poi informazioni sull’avanzata degli alleati ai partigiani imboscati tra le colline lì intorno.
«In quel tempo – ha raccontato il figlio Enrico agli organizzatori - ascoltare trasmissioni radio non della propaganda era un reato gravissimo, punibile anche con la pena di morte. Questa apparecchiatura, se potesse parlare, ci racconterebbe la storia di due uomini comuni, gente come noi. Siamo nell’ottobre del 1944. Helmut Denner, capitano della Wermacht di stanza a Salso, riceve una soffiata da qualche delatore e, scortato da due soldati delle SS, si reca alle Terme Berzieri alla ricerca di Bruno Veneziani. Tremante e sull’attenti davanti al tedesco, il salsese viene accusato di detenere clandestinamente una radio. Il capitano, dopo una attenta ispezione all’officina, trova l’apparecchiatura. Bruno nega e, con la fronte imperlata di sudore, si difende affermando che si tratta solo di un provavalvole. Helmut lo analizza a lungo con teutonica attenzione poi si rivolge ai suoi soldati e conferma che è tutto regolare. Dopo uno scarno saluto la pattuglia se ne va. La mattina seguente tuttavia, Helmut torna in officina. Questa volta è da solo. Esprimendosi in un buon italiano, confida che prima del conflitto, da civile, era un ingegnere elettrotecnico e pertanto aveva compreso benissimo che quell’apparecchiatura, in realtà, era una radio camuffata. Ha gli occhi aperti, Helmut, e sa benissimo cosa fare. Degli orrori di una guerra ormai persa non ne può più. Non aspetta altro che consegnarsi agli alleati per poter tornare a casa, alla sua famiglia, al suo lavoro. Ed effettivamente, da lì a pochi mesi, dopo un breve periodo di prigionia, succederà proprio così. Dopo quell’episodio Helmut andrà clandestinamente tutte le sere a trovare di nascosto Bruno per ascoltare insieme, uno accanto all’altro, di fronte a questa apparecchiatura, le informazioni di Radio Londra sull’avanzata degli alleati con nel cuore, entrambi, la stessa trepidante attesa, la stessa speranza che tutto finisca al più presto e arrivi finalmente la pace».
Nell’aprile 1945 i tedeschi lasciano Salso, ma il capitano Denner si consegna agli americani. Essendosi sempre comportato da soldato, non ebbe conseguenze personali se non un breve periodo di prigionia. Agli inizi degli anni Sessanta la madre di Bruno riceve una telefonata dalla Svizzera: dall’altra parte del filo c’è un certo Helmut Denner che chiede di parlare con il signor Veneziani. Era il capitano tedesco che, dismessa la divisa militare, era tornato al suo lavoro di ingegnere elettronico, divenendo direttore tecnico di un’importante multinazionale Svizzera.
Riallaccerà i rapporti con Bruno, arrivando persino ad assumerne un nipote nell’azienda da lui diretta. I due si rivedranno spesso con le rispettive famiglie a Salso e in Svizzera. Helmut morirà agli inizi degli anni Ottanta. Bruno nel 2006.
«Ancora oggi, davanti a questa radio, se proviamo a chiudere gli occhi, possiamo forse immaginarceli in ascolto, fianco a fianco, al buio. Perché la storia naviga nel tempo anche solo aggrappata a un oggetto, attraversa vite, passa di mano in mano e giunge fino a noi. Perché ”La storia siamo noi, siamo noi, padri e figli...”» ha concluso Alberto Campanini, dell’associazione Rover Joe.
s.l.
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