Bilancio
Ha inventato una cosa che non c'era, il Verdi Off, festival inclusivo, abbracciato al fratello maggiore, più esclusivo, Festival Verdi. Nominata ai vertici del Teatro Regio di Parma, con l'incarico di Consulente per lo sviluppo e i progetti speciali nel gennaio 2015, insieme a Anna Maria Meo che svolse il ruolo di direttrice generale fino all'ottobre 2022, ora Barbara Minghetti ha deciso di congedarsi dalla sua creatura di 10 anni compiuti, come abbiamo riportato nei giorni scorsi, dopo il saluto al Cda.
Lascia un festival che ha ricevuto due premi importanti (il Premio Abbiati «Filippo Siebaneck» per il progetto Opera in carcere e il Premio «Cultura+Impresa» per la Verdi Spip Parade) in un percorso sfidante che ha visto, ovviamente, anche qualche polemica, vedi il Verdi in abiti femminili nel 2021, che registrò le reazioni indignate di Vittorio Sgarbi e Marcello Veneziani.
Barbara Minghetti, l'incarico sarebbe scaduto naturalmente nel 2027. Lei ha parlato di un «percorso completato»: cosa le ha fatto capire che era giunto il momento di passare il testimone?
«Penso che questo genere di progettualità abbia dei percorsi. L'idea mi è venuta pian piano, me ne sono resa conto nel programmare la decima edizione, dopodiché mi è sembrata una soluzione giusta da seguire, con calma, parlandone con Luciano Messi; un'idea condivisa da diversi mesi, per lasciare, appunto, un'eredità che possa proseguire. Quindi, il passaggio è venuto naturalmente. Sono stati undici anni incredibili; è bello per me finire con la decima edizione».
In questi undici anni Parma è cambiata: c'è un progetto che avrebbe voluto realizzare e lascia in dote a chi verrà?
«Parto da ciò che si può ancora sviluppare. I progetti ormai consolidati sono quelli del mondo della “education”, delle scuole, del rapporto con le famiglie, dell'inclusione, della partecipazione. Sono molto strutturati, soprattutto nel metodo. Bisogna, secondo me, continuare a portarli avanti, e sicuramente si farà, declinandoli nella contemporaneità, proprio perché la città è cambiata tantissimo. Pensiamo al turismo: nei primi miei anni, non c'erano quasi turisti stranieri, l'accoglienza era più limitata. Negli ultimi anni poi è emersa la questione della sicurezza. Verdi Off si è fatto carico di questo aspetto, cercando di “lavorare al fianco” di un'amministrazione che peraltro ha per queste tematiche un forte indirizzo. Una delle grandi potenzialità che ancora può svilupparsi è quella dell'internazionalità: siamo andati a Parigi, abbiamo fatto qualcosa a New York, siamo andati a Fiume, a Tirana: lavorandoci, Verdi Off potrebbe essere un format internazionale».
Le voci parlano di «soluzioni interne» per la sostituzione.
«Come dice mio marito, quando tu decidi di andar via, non puoi determinare quel che succede dopo. Sicuramente penso che ci sia una forza interna molto importante e il lavoro che abbiamo fatto con Lisabetta Baratella ha reso possibile l'impossibile. Parlando con Luciano, mi sembra che voglia portare avanti un rafforzamento unitario del teatro, sotto la direzione della sovrintendenza, valorizzando appunto l'ufficio esistente».
Verdi Off è stato una scommessa: portare l'opera fuori dal tempio di via Garibaldi. Una sfida vinta.
«In questi giorni, ho pensato a quanto Federico Pizzarotti e Laura Ferraris, nel 2015, siano stati coraggiosi, chiamando me proprio perché volevano dare un segno legato all'innovazione. Adesso nei teatri si parla molto della necessità di questo genere di progettualità ma, undici anni fa, io ero una pecora nera. L'inizio non è stato facile e qualcuno mi disse: "Vabbè Barbara, se fai così duri pochi giorni". Ricordo lo scetticismo preventivo quando decisi di concludere la Verdi Street Parade con una grande festa in piazza Duomo. Quindi la difficoltà iniziale è stata quella di conquistarmi la fiducia, ma in realtà è stato molto veloce. Poi sicuramente questo genere di progetti non piace a tutti, non tutti pensano che sia corretto nei confronti di Verdi, cosa di cui invece sono convinta perché Verdi ha sempre voluto parlare del suo tempo, dell'impatto dell'arte sulla comunità e l'ultima sua opera, come si dice sempre, è Casa Verdi a Milano, quindi un atto sociale molto forte».
Non sono mancate le polemiche, come quella del Verdi «Queer» del 2021...
«Sì, la polemica per il Verdi Queer. Ma era stato criticato anche lo Stifellio “in piedi” al Teatro Farnese per il Festival Verdi 2017, su progetto di Graham Vick, che avevo voluto io (e che poi ricevette il Premio Abbiati). Il Verdi Queer lo avevamo usato come immagine per la comunicazione di una serata Under 30 legata a “Un ballo in maschera”: chiedemmo ai ragazzi di vestirsi come si sentivano, senza nessuna remora rispetto al genere e avevamo invitato una drag queen nell'intervallo, appassionatissima d'opera e preparata. Il “ballo in maschera”, peraltro, parla di quei temi. In entrambi i casi il clamore è durato poco... Tornando alle persone che devo ringraziare, oltre all'ex sindaco Pizzarotti, c'è l'attuale sindaco Michele Guerra con la sua giunta, in particolare Lavagetto, Aimi, Brianti. Poi Anna Maria Meo e Luciano Messi. E le associazioni, le persone, gli artisti che sono in gioco...».
E «Parma, io ci sto!».
«Quello di “Parma, io ci sto!” è un capitolo a parte, importante: mi ha dato la scintilla per costruire un Festival».
Con il sovrintendente Messi, ha curato il Manifesto Etico del Teatro Regio. Un teatro non è soltanto un luogo di spettacolo. Parma in questo momento sta vivendo un “vulnus” con la dolorosa vicenda di Teatro Due. Pur nella difficoltà di parlare di un teatro che non è il suo, come vede questa situazione?
«Dico che noi che abbiamo delle responsabilità dobbiamo davvero essere consapevoli e rispettosi di quello che che succede nei nostri teatri. Siamo nel 2025, tutti e tutte stiamo parlando tutti di come cercare di lavorare civicamente sulla differenza di genere, sulla violenza, sul mobbing e facciamo programmi legati a queste tematiche: vogliamo parlarne attraverso spettacoli, attraverso azioni. Quindi è bello che si faccia tutto questo, ma poi dobbiamo anche farlo dentro noi stessi, dentro le nostre case. Io oggi mi sento una responsabilità maggiore».
Infine: cosa possiamo augurarle?
«Di fare come ho sempre fatto: lavorare sulla progettualità, con le città, creare belle squadre».
Quindi non va via perché ha, dietro l'angolo, un'altra offerta?
«In questo momento no. Ho il mio lavoro, che ho sempre avuto, al Teatro Sociale di Como e che è importante».
Mara Pedrabissi
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