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L'arte del riciclo

Dal cavatappi alle mutande: i regali più brutti ricevuti dai parmigiani

Dal cavatappi alle mutande: i regali più brutti ricevuti dai parmigiani

di Asia Rossi

29 Dicembre 2025, 03:01

Scartare un regalo è un atto di fede.

La carta si strappa, il sorriso parte in automatico. Poi l’oggetto compare e il tempo rallenta. Un secondo di troppo. Si ringrazia comunque. È Natale: più che una festa, spesso è un esercizio pratico. Servono istruzioni per l’uso e per la sopravvivenza, soprattutto per sorridere, ringraziare e capire al volo se servirà uno scontrino.

All’indomani delle feste, tra un avanzo di anolini e un caffè salvifico, ecco un giro per Parma per capire quali siano stati i regali più belli, più brutti, più strani e più memorabili di questo Natale. Ne è uscita una fotografia abbastanza fedele dell’animo umano: tra sorrisi di circostanza, regali improbabili e molto autocontrollo. C’è chi, almeno, può brindare. Ugo Negri racconta con soddisfazione di aver ricevuto «un cavatappi con le mie iniziali. Non rientro tra gli astemi, quindi è molto utile».

Filosofia semplice e concreta: se deve essere un regalo, che almeno apra qualcosa. Meglio se una bottiglia. Decisamente più tiepida Roberta Perdichizzi, che osserva con distacco una caffettiera: «È stata la cosa più carina, ma non mi interessa molto. Io accetto tutto e poi li metto lì… e chissà che fine fanno».

Una sorte comune a molti doni natalizi: accolti con educazione, archiviati con discrezione. Elena Mori, invece, non ha avuto esitazioni: «Ho ricevuto una collana orrenda. Proprio ora sto andando a cambiarla». Rapida, lucida, risolutiva. C’è poi chi vive il Natale come un esperimento antropologico. Agnese Palermo confessa: «Quest’anno mi hanno regalato delle mutande assorbenti. Ero scioccata». Più che un dono, un messaggio. Ancora tutto da interpretare.

Il Natale, insomma, si conferma una palestra di sostenibilità involontaria. Si riciclano regali, si rimettono in circolo oggetti, si evita lo spreco. Non sempre per convinzione ecologica, spesso per puro istinto di autoconservazione. Ma il risultato è lo stesso: il regalo sbagliato non finisce nella pattumiera, bensì in un’altra storia.

Oleksandra Khomenko lo racconta senza sensi di colpa: «Io li vendo. È inutile tenere qualcosa che non piace, magari ad altri sì». Una scelta pratica, più che ideologica, che salva armadi e coscienza. C’è però anche il riciclo più rischioso, quello analogico. Eleonora Aliani racconta: «Il regalo più brutto è la cuffia. Ne ricevo una ogni anno. Ho i capelli ricci». E avverte: «A un mio amico è successo che riciclassero un regalo lasciando lo scontrino dentro». La sostenibilità va bene, ma con attenzione.

Indimenticabile anche il souvenir ricevuto da Andrea Simonpietri: «Davvero pessimo. Non l’avrei comprato neanche da ubriaca… e sono astemia». Un oggetto che ancora oggi chiede spiegazioni. Alessia Barone conserva invece con un certo timore reverenziale «un quaderno vuoto con scritto: “Cose che vorrei dire al lavoro ma non posso”. Me lo ha regalato una collega. Lo terrò, non ho il coraggio di riciclarlo». Alcuni regali non sono brutti: sono solo pericolosamente sinceri.

I bambini, per fortuna, mettono tutti d’accordo. Isaias, 6 anni, non ha dubbi: «La maglia di calcio del Como è il regalo più bello». Fine delle discussioni. Più simbolico il Natale di Esmeralda Kashari e Tiku Burraci: «Il regalo più bello è quello che ci siamo fatti per condividerlo: una smartbox». Esperienze, non oggetti. Una forma di saggezza precoce. Chiude il cerchio Thomas Zaniboni, con Priscilla Meza, tra memoria e filosofia: «Il regalo più bello? Un pupazzo di Topolino. Avevo cinque anni. Mio padre mi disse che c’era un topolino disgustoso… invece era Mickey».

Il più brutto? «Tutti i regali sono carini, quello che conta è il pensiero». Anche se ammette: «Ho riciclato dei tarocchi». Il destino, a volte, va semplicemente ridistribuito. E allora la domanda resta, mentre l’ultima carta cade a terra: conta davvero solo il pensiero? O forse, a Natale, basta anche qualcosa che ci faccia sorridere… magari per disperazione? In fondo, se non altro, ogni regalo sbagliato ci lascia sempre una buona storia da raccontare.

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