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Quei volti rassicuranti in corsia: quattro storie di infermiere e infermieri

di Giovanna Pavesi

13 Maggio 2021, 10:27

«L’evoluzione che la professione infermieristica ha avuto negli ultimi anni  è stata molto significativa». A raccontarlo,  in occasione della Giornata internazionale dell’infermiere, è Marina Iemmi, direttore delle professioni sanitarie dell’Azienda ospedaliero-universitaria e presidente dell’Ordine degli infermieri di Parma. Ma soprattutto, infermiera dal 1979, quando, a 20 anni, iniziò a esercitare nella Clinica chirurgica di Pierangelo Goffrini, di cui ricorda ancora i ritmi di lavoro. «Abbiamo raggiunto traguardi importanti in termini di sviluppo della professione, con l’infermiere in università. Che è un luogo con le sue regole: quindi una laurea triennale e magistrale, master di primo e secondo livello e dottorati di ricerca - spiega -. L’intero percorso è stato tracciato nella logica di un  mestiere che sempre di più si prende cura del paziente e che ha  autonomia e responsabilità».


 A trasformarsi, non è stato solo il percorso formativo di chi questo mestiere lo ha scelto, ma anche la percezione dei pazienti. «L’utenza ha capito che l’infermiere è una persona a cui ci si può affidare e questo anche perché  si pone nelle strutture o nei diversi setting assistenziali come un soggetto con più competenze, conoscenze e capacità. Ed è chiaro che il cittadino abbia osservato la trasformazione -  chiarisce ancora la presidente -. L’essere infermiere, oggi, è diverso dal passato e lo si manifesta quotidianamente. E questo il paziente lo vede perché frequenta le nostre strutture». 
A tracciare un (ulteriore) prima e dopo nella percezione di questa professione è stata inevitabilmente anche la pandemia: «Nell’ultimo anno è cambiato il target dei nostri pazienti: la persona con il Covid   ha richiesto un impegno impressionante,  e gli infermieri non si sono risparmiati, pur non conoscendo la patologia e le sue complicanze. Era un mondo sconosciuto che hanno cercato di comprendere, fornendo sempre assistenza». 
E se in 42 anni di carriera, Iemmi non ha mai pensato di aver intrapreso la strada sbagliata, alla domanda sul perché è importante onorare questa figura professionale, non ha dubbi: «È sempre stata  vicina alle persone, in qualsiasi contesto. Può aver cambiato nome, ma la sua logica è sempre stata quella di prendersi cura degli altri». 

Ha scelto di fare l’infermiere poco dopo essere diventato maggiorenne. Sono passati 31 anni e da allora non solo non si è mai pentito del percorso (non sempre semplice) intrapreso, ma si definisce ancora molto orgoglioso di quella scelta. Salvatore Salvo, infermiere del 118 ed elisoccorso e consigliere veterano dell’Ordine delle professioni infermieristiche di Parma, se ripensa alla sua vocazione,  non ha il minimo  dubbio. «Mi ha spinto la voglia di essere utile alla società e di aiutare il prossimo», spiega. 


La diffusione del Covid? Uno «tsunami», che ha stravolto la vita di tutti. «In centrale operativa, dove lavoro principalmente, il nostro ruolo è cambiato: l’anno scorso, per esempio, venivamo interpellati dalle persone che avevano bisogno di una risposta che non riuscivano a trovare o di condividere ansie e preoccupazioni - racconta  -.   E come ogni cosa, anche la nostra attività è stata stravolta: se stabilire un contatto con le persone è sempre stato un aspetto fondamentale del lavoro, in questo ultimo periodo ha assunto un peso ancora maggiore, perché dove prima esisteva una catena di affetti,  mancando per questioni di sicurezza, era necessario sopperire». Anche Salvo è consapevole che la sua professione stia acquisendo competenze avanzate. «L’infermiere non è più una figura ancillare rispetto al medico - conclude -. Ma ha un ruolo sempre più centrale nel processo di cura».  

È infermiera da 35 anni e a spingerla verso questa professione è stata la sensibilità e un’esperienza di vita personale. «Ho sempre sentito forte l’inclinazione verso gli altri, ma devo questa scelta a un’infermiera che si prese molta cura di una persona a me cara e che mi fece scoprire questa predisposizione». Onelia Rita Facini, coordinatore infermieristico dell’Area ambulatoriale pediatrica multidisciplinare e punto prelievi pediatrico del Maggiore  e consigliere veterano dell’Ordine delle professioni infermieristiche di Parma, ricostruisce così i passaggi che hanno trasformato una vocazione nel suo quotidiano. Da anni, dopo aver conseguito un master di specializzazione in area pediatrica, lavora con i più piccoli. «Ci prendiamo cura dei bambini dalla  nascita fino all’età adulta -  spiega -. Nostro dovere, oltre all’accoglienza e alla capacità di fornire loro informazioni con tranquillità e dolcezza, è quello di essere protettivi e partecipi nell’ascolto, accompagnandoli nel percorso che li porta da noi. Ma accogliamo anche le famiglie, infondendo loro coraggio e serenità».
 E anche se il Covid ha avuto un impatto diverso nell’ambito pediatrico, è proprio con chi accompagnava i più piccoli che gli infermieri hanno attivato «strategie di protezione». «Questa professione è fatta di donne -  conclude -. Mi emoziona sempre pensare a quanto di bello noi donne siamo capaci di fare».  G.P.

Ventisette anni fa, la madre e il fratello, che già operava nel contesto sanitario,  le consigliarono di avvicinarsi a questa professione. Oggi, Rachele La Sala non è soltanto un’infermiera e un consigliere dell’Ordine delle professioni infermieristiche di Parma, ma è anche direttrice delle attività didattiche e professionalizzanti. «Ho vissuto il mio percorso formativo negli anni di sviluppo ed evoluzione di questa figura», racconta La Sala che, mai come negli ultimi mesi, ha dovuto riprogrammare e rimodulare l’intera attività. «Il periodo appena trascorso ci ha portato a cambiare la metodologia in pochissimo tempo  - spiega -. Nonostante la complessità del momento, non abbiamo mai interrotto il percorso di tirocinio».
 Gli studenti, durante l’emergenza sanitaria, «si sono tirati su le maniche e non si sono rifiutati di continuare  i loro percorsi, anche se in un contesto particolarmente   critico». «Ai giovani infermieri, oggi, direi grazie per la serietà  e per aver dimostrato di avere capacità e competenze dinamiche -  conclude La Sala -. In questo anno ho anche percepito un’alleanza e una piena sinergia fra le istituzioni, come l’università, le strutture sanitarie che accolgono gli studenti e i nuovi professionisti. Questa è stata la chiave vincente». G.P.

È infermiere da 11 anni e dal 2015 lavora a Casale di Mezzani, nella  Rems (Residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza), una struttura socio-sanitaria che ospita 10 persone, di sesso maschile, che hanno problemi di salute mentale e che hanno commesso reati. Massimiliano Gravinola, consigliere dell’Ordine delle professioni infermieristiche di Parma, si è avvicinato a questo mestiere per una  «tradizione di famiglia» e perché ha sempre sentito l’urgenza di assistere chi era in difficoltà.   «Nella maggior parte dei casi le persone che assistiamo qui, oltre alla disabilità mentale, vivono anche condizioni di fragilità sociale   e spesso sono ai margini - spiega -. Il nostro modello di cura si fonda sul concetto di recovery, che mira a superare lo stato disfunzionale. La nostra sfida è  rendere queste persone capaci di partecipare pienamente, come cittadini, alla vita comunitaria». 
Gravinola, che   si occupa di cura in una chiave   diversa da quella ospedaliera, fatta di paure e (in qualche caso) pregiudizi, chiede di non dimenticare la lezione della pandemia: «Questa esperienza ci ha insegnato che ci si accorge dell’importanza di alcune categorie solo di fronte a un evento del genere. La catastrofe pandemica ha spinto a rievidenziare il nostro ruolo».  G.P.
 

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