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'Ci chiesero di aderire alla Rsi nessuno lo fece. Fummo deportati'

'Ci chiesero di aderire alla Rsi nessuno lo fece. Fummo deportati'

25 Aprile 2020, 10:08

L'8 settembre, il carabiniere Virginio Donelli (poi comandante della stazione di Fornovo) era in servizio alla caserma Podgora di Roma
 

Pubblichiamo una testimonianza scritta da  Virginio Donelli (classe 1918), già maresciallo dei carabinieri,  comandante della caserma di   Fornovo   fino al 1972, riguardo a ciò che avvenne dopo l’8 settembre a lui e a tanti suoi commilitoni per mano dei nazifascisti. Lo scritto, conservato gelosamente dal figlio Maurizio,    è una breve parte di un ampio   testo dal titolo “Il viaggio” nel quale le vicende del “ventennio” (specificatamente nella Bassa reggiana, zona di origine della famiglia), della guerra e della prigionia hanno ampio spazio.  Maurizio Donelli ci ha inviato il testo   «perché la data del 25 Aprile deve essere tuttora un punto di riferimento per gli italiani; in tanti hanno operato affinché la libertà dell’Italia fosse riconquistata, anche quelli che dissero “NO” all’adesione alla Repubblica sociale italiana e ne pagarono le conseguenze, come mio padre».

 

  L’8 settembre, giorno dell’armistizio, Roma resistette ai nazisti ed ai fascisti con alcune forze di presidio. Però molti militari fuggirono; vi furono troppi vigliacchi in quei giorni storici; fu detto che si volle evitare un inutile spargimento di sangue.
L’Arma, salvo qualche eccezione, oppose resistenza in viale Africa, verso posta S.Paolo, ed in tutta quella zona; furono in prima linea molti militari, non Allievi, della Legione Carabinieri e quelli a cavallo di stanza alla caserma “Pastrengo”. Avemmo ordine di uscire anche noi dalla caserma “Podgora” nelle mattine del 17 e del 18 settembre per qualche ora per poi rientrare quasi subito.
I tedeschi erano dotati di pesanti carri armati efficientissimi che erano in grado di sbriciolare le case; noi Carabinieri eravamo in possesso solo di armi individuali con poche munizioni; affrontarli sarebbe stato un inutile suicidio. Davanti all’entrata della nostra caserma fu eretta una trincea con sacchetti di sabbia.
Trascorsero alcuni giorni nei quali sembrò che si fosse chiarita la situazione. Le notizie in nostro possesso erano le seguenti: la famiglia reale era fuggita, si diceva, a Taranto, il nuovo governo di Badoglio era, sembrava, a Palermo, ambedue le Istituzioni  si trovavano sotto la protezione degli alleati.  Sapevamo, inoltre,  che il Maresciallo d’Italia Rodolfo Graziani, acerrimo nemico di Badoglio, era a capo di un neonato esercito fascista.
Al Comando Generale dell’Arma regnava molta confusione; questo ci venne detto. 
Roma fu dichiarata “città aperta”.
Il conte Carlo Giorgio Calvi di Bergolo, Ufficiale superiore di Cavalleria, genero del Re per aver sposato la principessa Jolanda di Savoia, primogenita di Casa Reale, già in possesso di incarichi importanti in Africa settentrionale nell’esercito italiano schierato  con le truppe tedesche, dopo i noti eventi dell’8 settembre 1943, propose di commissariare i Ministeri ancora funzionanti per garantire un minimo di attività amministrativa. A tale scopo condusse trattative con il maresciallo Graziani e con i tedeschi per trattenere i carabinieri nella città di Roma, ma non ebbe soddisfazione; illustrò questo suo progetto in un discorso che fece a noi tutti alla caserma “Podgora”. Egli, successivamente, essendosi rifiutato di aderire alla R.S.I.,  venne arrestato e deportato.
Il giorno 7 ottobre la caserma “Podgora” e tutti gli altri insediamenti dei Carabinieri di Roma furono occupati dalle truppe tedesche con il concorso del P.A.I. (Polizia Africa Italiana), corpo fascista da sempre ostile all’Arma.
In questa situazione si inserì un episodio davvero rilevante per me e per altri colleghi.
Un maggiore dell’Arma alle ore sei e trenta del mattino, pistola in pugno intimò a me e ad altri quattro carabinieri di non uscire altrimenti ci avrebbe sparato; noi, avendo  avuto notizia che soldati tedeschi e carri armati di lì a poco avrebbero circondato la caserma, volevamo fuggirne. Desideravamo scavalcare un muro che divideva una piazzetta interna della caserma con il parco di villa Farnese ed i vicini boschetti del Gianicolo, portandoci dietro le armi in dotazione ed un modesto bagaglio. Il maggiore motivò la sua  azione con la probabile pericolosa presenza, al di là del muro, di truppe tedesche che ci avrebbero arrestato; noi, pur obbedendo, non gli credemmo, anche perché altri nostri colleghi riuscirono a fuggire prima di noi senza problemi utilizzando il medesimo percorso. Io e gli altri commilitoni denunciammo per l’azione svolta, a guerra terminata, quell’Ufficiale; non fu mai rintracciato.
Alle ore dieci vi fu l’adunata dei circa cinquecento carabinieri nel grande cortile della caserma “Podgora”, con le loro armi, le munizioni, la valigia d’ordinanza e lo zaino (per chi lo possedeva); nel frattempo la trincea di sacchetti di sabbia davanti all’entrata era stata rimossa dai carri armati nazisti. Brutto segno!  Di guardia montarono militi della P.A.I.  e soldati tedeschi con la presenza di due carri armati con il cannone in posizione di tiro, uno verso la caserma ed uno verso l’esterno di essa. 
Ci misero in fila indiana e poi ci fu ordinato di deporre armi e munizioni.
Venne pronunciato un discorso da parte di una persona che parlava molto bene la nostra lingua e che vestiva una divisa particolare, né italiana, né tedesca, di colore verdognolo, che richiamava quella degli Ustascia (organizzazione fascista croata, ndr) che avevo visto in Balcania tante volte. Minacciandoci e offendendo l’Arma, invitò i carabinieri ad aderire al nuovo governo di Mussolini, ad unirci ai nazifascisti per continuare la guerra contro gli Alleati e la Russia; chi avesse accettato doveva fare un passo avanti. In caso contrario c’era la deportazione in Germania.
Nessuno aderì. Con mezzi militari fummo trasportati alla stazione ferroviaria Ostiense e poi chiusi dentro una dozzina di carri merci, sigillati dall’esterno; iniziò il viaggio verso i campi di concentramento della zona ovest della Germania dai quali facemmo ritorno nella primavera del 1945 dopo la liberazione avvenuta da parte delle truppe americane.

 

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