Gentile direttore,
ho letto con soddisfazione e preoccupazione l’articolo del professor Rizzolatti sulla Gazzetta di Parma del 4 febbraio a proposito del clima di odio e paura che si è creato attorno alle sperimentazioni su animali a scopi farmacologici. Come suo ex studente riconosco, a tanti anni di distanza, la determinazione e la risolutezza con cui sa affrontare un problema serio e di grande attualità.
Il nostro Protocollo è giunto a questo punto. Non so prevedere quanto tempo ancora occorrerà, ma è matematicamente certo che prima che venga approvato sarà trascorso ben più di un anno, lo stesso lasso di tempo che occorre in media ad un paziente per apprendere dal medico la propria diagnosi di mesotelioma, accomiatarsi dai propri cari e morire.
Non so quale sia la posizione di “alcuni” animalisti sui ratti in generale. Sottolineo “alcuni” per limitarmi a coloro che minacciano psicologicamente e fisicamente i ricercatori. E per differenziarli dalla stragrande maggioranza degli animalisti che ha come unico fine il rispetto dei diritti degli animali. Ho il forte sospetto, se non la quasi certezza, che se i ratti infestassero le loro case prontamente chiamerebbero il servizio di disinfestazione, pretenderebbero celere risposta e forse (non ne sarei stupito) passerebbero alle minacce se non ricevessero immediata soddisfazione. Naturalmente gli addetti al servizio appronterebbero i rimedi del caso, che consistono principalmente nell’avvelenare i ratti e farli morire di lungo e penoso tormento lontano dalle esche.
La domanda che a questi “presunti animalisti” rivolgo è la seguente: da che parte state? Io ho già fatto la mia scelta. Pur non conoscendo alcun membro delle famiglie dei ratti su cui vorrei sperimentare il nostro farmaco, io sto con le famiglie di Casale Monferrato, sto con coloro che in tutto il mondo nel corso dell’ultimo anno hanno perso i loro cari mentre noi ci consumavamo nell’attesa di un benestare “etico” per non turbare il benessere di una decina di ratti.
Senza se e senza ma.
E auguro a tutti i violenti che ci minacciano e indirettamente contribuiscono alla imposizione di burocrazie estenuanti e prive di senso di non dovere mai e poi mai scoprire “in casa propria” una diagnosi di mesotelioma. Non saremmo pronti ad aiutarli.
Franco Lori
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