C'era una volta
Tanto per cominciare la Befana «l’é pu povrètta äd Santa Lusja e anca äd Babbo Natale» ma qualche giocattolino, ai bambini, riusciva ugualmente ad infilarlo dentro la calza.
Da qui, l’usanza di bruciarla nei grandi falò della notte dell’Epifania. Per la nostra gente dei campi, i falò dell’Epifania, erano propiziatori in quanto invocavano la generosità della terra madre. Era l’arcana «nòta äd fazagna» che si celebrava la vigilia dell’Epifania, il 5 gennaio. Una notte magica dove le tenebre, lentamente, dovevano cedere il passo alla luce che avrebbe avuto la propria schiacciante vittoria nel solstizio estivo.
Da qui gli antichi saggi popolari: «Pascua bifagna al gióron s'é zlonga cme al sält ädna cagna» oppure «par Nadäl un didäl, par l’an' nóv al pè d’un manzól, par la befana al sält ädna cagna, par Sant’Antònni Abè 'n ora sonè». Il «fär fazagna», nel parmense, in modo particolare nella pedemontana, era un rituale scaramantico di antichissime origini utilizzato per propiziare un buon raccolto di frutta. Cosa voglia dire «fazagna» non è ben chiaro, anche se questo strano vocabolo animava un’ antichissima tiritera che i nostri nonni recitavano all’imbrunire o dopo la mezzanotte del 5 gennaio.
Era infatti tradizione che, appena scese le tenebre, i contadini armati di fiaccole, si portassero nei campi e lì, perpetuando un antico rito celtico, processionalmente, procedessero tra la neve cantilenando attorno alle piante da frutta: «fazagna fazagnón tutt i broch un cavagnón». Un’ altra nenia quasi simile era la seguente: «pascua bifagna tutt i broch ‘na cavagna». In alcune località, sempre nella notte dell’Epifania, falò venivano pure appiccati nei campi con l’intento di scacciare possibili negatività che in qualche modo avessero intaccato i semi e le piante in fase di lenta germogliazione. I nostri vecchi, attraverso falò e torce, si affidavano alla sacralità del fuoco, fedele ed antico alleato del loro lavoro e delle loro fatiche attraverso un espediente un po’ ingenuo e ammantato di singolare candore d’animo al fine di tutelare i germogli dalle insidie del gelo e della «galabrùzza» della «Merla» (29, 30 e 31 gennaio), i giorni più freddi dell'anno.
Al termine di questi riti esoterico-scaramantici i contadini, dopo la rituale cena della vigilia dell’Epifania a base di minestrone col «grass pìsst» nel quale la «rezdóra» «butäva zò» i «maltagliati» fatti con la «fojäda vansäda» degli anolini di Natale e, per secondo, piedini di maiale bolliti per quelle famiglie che avevano già ucciso al «nimäl», si radunavano nelle stalle, il salotto agreste delle invernate padane, per scaldare ossa, ugole e orecchie con vin brulè accompagnato da qualche dolcetto.
Negli anni Cinquanta-Sessanta la Befana, dopo avere riempito nella notte le calze dei bambini con dolciumi e giochi, il mattino seguente, festa dell’Epifania, percorrendo le strade cittadine, si fermava agli incroci e depositava doni anche ai vigili urbani.
Era la famosa e popolare «Befana dei vigili». La mattina del 6 gennaio moltissimi automobilisti si fermavano, infatti, dinnanzi ai famosi «panettoni», pedane in legno, vergate da linee trasversali bianco - nere, poste nel bel mezzo degli incroci nelle quali salivano i vigili a dirigere il traffico.

Giunti sul posto con la certezza che, almeno in quell’occasione, non sarebbero stati multati o redarguiti, automobilisti e motociclisti, ma anche ciclisti, scaricavano: panettoni, bottiglie di prosecco e spumante, salami, punte di formaggio e ogni altro genere di leccornie. Era un modo come un altro per i parmigiani di testimoniare al «guärdjj» la loro gratitudine dimenticando, per una giornata, l’atavico rapporto conflittuale con i tutori del traffico. Il traffico di quegli anni, ovviamente, non era certamente quello farraginoso e caotico di oggi ed, inoltre, l’organico dei vigili era talmente ridotto che, quelle poche «guardie», erano visi talmente noti e popolari e per di più conosciuti da tutti.
Erano tempi in cui i vigili, in prevalenza, parmigiani del sasso mentre gli altri erano «ariosi» e cioè originari dell’immediato contado, non esitavano ad esprimersi molto autenticamente in dialetto. Incutevano soggezione a quei monelli, che giocavano a palla in mezzo alla strada o andavano a rubare la frutta negli orti, e pattugliavano la città a bordo di bici oppure su gigantesche «Guzzi» rosso-fuoco il cui rombante rumore si poteva avvertire a distanza. E come non ricordare la pattuglia che viaggiava a bordo della moto munita di sidecar?
Si trattava di due omoni in uniforme che percorrevano le strade cittadine non mancando di fare autentiche acrobazie per uscire dall’angusto abitacolo. Erano tempi in cui il vigile gentiluomo Renzo Boschi (soprannominato «sinngión») dirigeva il traffico, solitamente all’ incrocio di strada Garibaldi con via Melloni, oppure all’incrocio di strada Mazzini all’altezza dell’attuale Upim.
Boschi era pure simpaticamente soprannominato «Toscanini» per il suo modo elegante e raffinato di dirigere il traffico proprio come se fosse un direttore d’orchestra.
Persona dotata di grande classe e, soprattutto, di straordinaria educazione, il vigile parmigiano, in estate in uniforme candida, in inverno in completo blu scuro, immancabili guanti bianchi, ricamava l’aria con ampi ed eleganti gesti mentre il suo sguardo era costantemente rivolto ai pedoni, in particolare, alle signore, agli anziani e ai bambini: un vero e proprio gentleman in uniforme da guardia ducale.
Erano tempi in cui il Comando delle «guardie» era in Piazza Garibaldi, sotto i portici del Grano, erano tempi in cui il traffico anche in centro storico era scarso e le soste delle poche «seicento» e «millecento» non causavano certo i problemi di oggi.
Era una Parma a dimensione umana e soprattutto più a portata di mano e di cuore dove, per i parmigiani, l’ombelico del mondo era Piazza Garibaldi e «Pepén» in borgo S. Ambrogio dove, con quel vigile che aveva fatto la contravvenzione, si poteva siglare la pace consacrata da una fetta di «carciofa», da un bianchino fresco e da una battuta sempre sarcastica e spiritosa di «Pepén» e della Lidia che metteva fine alle ostilità.
Ed allora, in questo clima di sano provincialismo, ci stava anche la «Befana del Vigile » dove: spongate, panettoni, torroni, salami e cibarie varie venivano poi destinate «dal guardjj» in beneficenza al «Ricovero dei vecchi», all’«Infanzia abbandonata» e ad altri enti assistenziali di allora. Immagini ormai lontane, avvolte dalla nebbia dei ricordi, ma pur sempre gradevoli come la solenne gestualità di «Sinngión - Toscanini», il parmigianissimo vigile gentiluomo.
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