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Addio al «maratoneta in carrozzina»

"Ciao Francesco, ciao campione. Sei stato un esempio per tutti"

Ciao Francesco, ciao campione. Sei stato un esempio per tutti

22 Giugno 2024, 19:14

Il ricordo di Francesco Canali del nostro direttore, Claudio Rinaldi

È suonata la sirena, Francesco. Tra i milioni di insegnamenti e di emozioni che ci hai regalato, uno dei ricordi più nitidi è il giorno della prima intervista. Dicembre 2009, avevi deciso di dire a tutti, attraverso la tua e nostra «Gazzetta», di quella maledetta diagnosi che ti era stata fatta. Sla, Sclerosi laterale amiotrofica. O morbo di Gehrig. Per te e per i tanti malati come te, «la stronza».
Avevi voluto che quell’intervista la facesse chi adesso scrive, con le lacrime agli occhi e un gigantesco nodo in gola, tuo amico dai tempi delle elementari e del minibasket, poi compagno alle medie, poi collega, da quando avevi cominciato a scrivere, infine «spingitore» (con Andrea, Gianfranco e Gianluca), quando ti eri messo in testa di fare una maratona in carrozzina.
Sapevi benissimo che quella malattia è davvero «stronza». Difficile da diagnosticare, implacabile nel suo evolvere. Sapevi la fine che avresti fatto: in un letto, a fissare il muro, senza poter muovere un muscolo. «Finché non suona la sirena la partita non è persa», avevi detto, tu vecchio malato di pallacanestro, giocatore e poi allenatore. E avevi spiegato, con parole semplici, come avevi reagito alla notizia. Di come avevi alzato le spalle – con una flemma che nessun altro avrebbe avuto – di fronte a quella dottoressa che, pochi secondi dopo aver pronunciato la parola Sla, ti aveva allungato un foglietto con scritto il titolo di un libro sull’Aldilà. Maledetta.

All’amico giornalista avevi raccontato, con la serenità che è sempre stato difficile capire come potessi avere, che la forza per reagire veniva da tre “alleati”. La fede nel Signore, fortissima. Lo spirito alpino, che ti era entrato nel Dna. La mentalità dello sportivo, la passione di una vita.
E così, quella sera, ti eri chiuso nella tua stanza e avevi deciso di non vedere nessuno. Avevi fissato il muro per un giorno e mezzo, senza aprire bocca. O mi butto giù dalla finestra o reagisco, ti eri ripetuto. Hai deciso di reagire.
È suonata la sirena, ma non hai perso la partita, Francesco. Hai vinto tu. Hai vinto perché sei diventato un eroe, il miglior testimonial per la lotta a questa malattia implacabile. Hai vinto perché hai insegnato a vivere a chi ha avuto la fortuna di incrociare la sua strada con la tua. Hai vinto perché hai fatto piangere di felicità tutta Parma, quando abbiamo tagliato il traguardo della maratona di Palm Beach. Perché hai conquistato tutti quando il vescovo Enrico Solmi ti ha spinto per i dieci chilometri della storica gara del “tuo” Cus Parma. Perché hai commosso mezza Italia alla Maratona di Venezia, quando Alex Zanardi ti ha trascinato, legando la tua carrozzina alla sua handbike. E poi – dopo i 42 chilometri e 195 metri del percorso si è fermato due centimetri prima del traguardo. È sceso dal suo guscio, sui suoi moncherini, davanti alle telecamere della Rai, che trasmettevano la gara in diretta. E ti ha spinto con le mani: dovevi essere tu a passare per primo sotto il traguardo. Perché eri tu l’eroe.
E noi, i tuoi «spingitori», insieme a Paolo Barilla, tuo amico e tifoso speciale, dietro, a piangere.
Come adesso: perché sappiamo che non rivedremo più il tuo sorriso. Ma come facevi a sorridere sempre, quando un amico veniva a trovarti? Come diavolo facevi, tu che eri immobile nel letto, da un po’ di tempo anche attaccato a una macchina che ti faceva respirare, e non potevi più parlare? Parlavi con il computer-comunicatore: ma per fare comparire sul monitor «Ciao, come stai?» ci mettevi tanto tempo, dovevi fissare una lettera alla volta, per qualche secondo. Eppure, regalavi sempre sorrisi agli amici che venivano a trovarti. Anche in ospedale, nelle ultime settimane. Ogni giorno saltava fuori un problema nuovo, ma reagivi con la forza di sempre. Sereno fino all’ultimo. Sei sempre stato un campione, Francesco. Un guerriero. «Il nostro capitano ci ha lasciato», ha scritto ieri mattina Andrea nella chat degli «spingitori». Resterai sempre «il capitano», per tutti noi, lo sai.
Il pensiero va a Laura e Martina, quelle splendide ragazze che sono le tue figlie. Erano bambine quando hai fatto l’impresa di Palm Beach, oggi sono grandi, in gamba, bravissime studentesse. Il tuo orgoglio, giustamente. È per loro che hai tenuto duro. È grazie a loro se sei stato sereno fino in fondo. Parlavi con gli occhi, ti capivano al volo: volevi sapere tutto di loro – gli esami all’università, i fidanzati, gli amici, i progetti, i sogni – da bravo papà come sei sempre stato.
Ti hanno ripagato standoti vicino fino all’ultimo, lottando con te. «Papà, mandami un bacio». Chissà che piacere ti faceva sentirtelo chiedere, a te che potevi solo muovere un po’ le labbra e gli occhi. E loro a inondarti di carezze.
Gli ultimi sorrisi li hai regalati a loro e a mamma Cristina e a papà Gigi. Due eroi, i tuoi genitori. Non si può fare una classifica della sfortuna: ma, se si potesse, loro sarebbero sul podio. Nel 2009 hanno perso Giuseppe: aveva 39 anni e ha affrontato un calvario allucinante, tuo fratello. La malattia, le cure massacranti, l’illusione della guarigione, di nuovo la malattia, la fine della speranza. E tu che, nel bel mezzo del calvario ti sei ostinato per un bel pezzo a non dire niente della diagnosi che ti avevano fatto. E quando cadevi, perché «la stronza» cominciava a intaccare i muscoli delle gambe, trovavi ogni volta una scusa nuova: ti eri inciampato, ti eri distratto, oppure era colpa della stanchezza.
È solo la fede nel Signore che può avere dato questa forza – sovrumana – ai tuoi genitori, per sopportare quello che hanno dovuto sopportare. È la fede nel Signore che ha fatto dimenticare loro gli anni che passano: tuo papà con la sua schiena malmessa, per via dell’età e per tutte le volte che ha dovuto tirarti su da terra, tua mamma che ha avuto problemi, anche non piccoli, da affrontare. Ma mai una volta che non li abbia trovati al tuo fianco, quando c’era bisogno. E c’era sempre bisogno, da molti anni a questa parte. Negli ultimi giorni, quando avevano paura che la tua proverbiale forza d’animo cedesse, ti facevano sentire con il telefonino l’Ave Maria di Lourdes. Lourdes, un’altra tua passione: prima di ammalarti, c’eri andato otto o nove volte. «Ti ricarica le pile – dicevi –, è per via della magia dell'aria che respiri, sia per chi crede sia per chi non crede. Devo ai viaggi a Lourdes la mia serenità»).
Qui in «Gazzetta» ti piangiamo tutti. I non più giovanissimi ricordano l’entusiasmo che hai messo nei lunghi anni di collaborazione, la passione con cui ti sei occupato di sport, di cronaca, di alpini. Per l’adunata nazionale del 2005, indimenticabile, ti sei superato: l’inserto che hai curato, la prima pagina con una grande foto di penne nere e il titolo «W gli alpini», i tuoi servizi di avvicinamento e di resoconto rappresentano una pagina importante della nostra lunga e gloriosa storia. Quante volte Giuliano Molossi, nostro direttore per 17 anni, ti ha fatto i complimenti in pubblico. Ne andavi molto fiero, giustamente.
E hai scritto anche qualche pezzo negli ultimi anni, quando eri costretto a dettarli con gli occhi al comunicatore. Memorabile l’inno alla vita e la lezione di coraggio del tuo «Messaggio di speranza ai malati di Sla». L’hai scritto dopo aver deciso di fare la tracheotomia: sapevi che non avresti più potuto parlare e che avresti dovuto restare attaccato a una macchina, per sempre, per poter respirare. Ti eri rivolto, con il cuore in mano, ai malati di Sla e ai loro famigliari. Sapevi che eri un esempio, per tantissimi di loro, per tutto quello che hai fatto: «Vorrei riuscire a dare loro una speranza, raccontando la mia esperienza. E anche aiutarli a trovare la forza. Che serve, che è fondamentale per affrontare la malattia. Dal 2004 a oggi le mie condizioni sono peggiorate, ma non mi sono mai demoralizzato, anzi. Per me è uno stimolo in più a tenere duro. Ed è anche un modo per non darla vinta alla malattia».
Hai anche scritto un libro, La corsa della vita, lo abbiamo fatto insieme, nel decimo anniversario dell’“impresa” di Palm Beach. Abbiamo messo in fila tutte le iniziative che hai organizzato, per raccogliere fondi e sensibilizzare l’opinione pubblica sulla Sla: è quella la tua “impresa” di maggior successo. A pensare a quante cose sei riuscito a fare c’è da restare a bocca aperta, oltre che da commuoversi. Non è un caso che il grande filosofo Telmo Pievani, che ci ha regalato una splendida prefazione, abbia deciso di intitolarla «Una storia da insegnare agli alieni».
Eri tu l’alieno, Francesco. Il fuoriclasse, l’eroe, il Capitano. Hai vinto, Francesco, hai vinto tu.


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