pediatria
Interferenti endocrini, dibattito aperto. Ma intanto adottiamo
il principio di precauzione, specie nei primi mille giorni di vita
Negli ultimi decenni si è assistito ad un vertiginoso incremento nella produzione e nell'uso di materiali plastici con cui siamo quotidianamente a contatto. Se da un lato le plastiche rappresentano indubbi vantaggi per condizioni di vita e progresso tecnologico, dall’altro sono in grado di provocare danni alla salute umana e ambientale.
Per l’enorme dispersione nell’ambiente (mari, oceani, fiumi, suolo, atmosfera) hanno infatti causato documentati effetti negativi su animali e vegetali. Numerose ricerche scientifiche, in campo medico, stanno inoltre studiando quali danni e con quali meccanismi possano interferire negativamente sulla salute umana.
Le plastiche sono generalmente costituite da molecole di base (monomeri) che si uniscono formando catene più o meno lunghe di polimeri. A questa struttura di base vengono aggiunti intenzionalmente vari additivi quali plastificanti, ritardanti di fiamma, stabilizzanti o pigmenti per fornire caratteristiche, per esempio, di resistenza e/o flessibilità. Altri additivi si formano in maniera non intenzionale durante i processi di sintesi chimica o di produzione manifatturiera.
Il Programma ambientale delle Nazioni Unite (Unep) riporta che oltre 13.000 prodotti chimici sono stati identificati nelle plastiche e nei manufatti di loro derivazione utilizzati in diversi contesti quali, per esempio, costruzioni edilizie, prodotti di comune consumo, automobili, apparati elettrici, contenitori di cibi e bevande e soprattutto imballaggi.
Settemila di questi prodotti sono stati testati e 3200 considerati potenzialmente nocivi alla salute. Rientra in questi ultimi l’ampio gruppo degli “interferenti endocrini” (IE) (bisfenoli, ftalati, sostanze per e polifluoralchiliche (PFAS) che sono in grado di alterare vari equilibri ormonali a livello, per esempio, delle gonadi e del normale sviluppo sessuale con conseguente diminuzione della fertilità. Possono anche agire sull’equilibrio metabolico, favorendo obesità e diabete, sullo sviluppo e sulla funzionalità del sistema nervoso centrale e, infine, aumentare il rischio di crescita di alcuni tipi di tumore.
Gli IE si staccano facilmente dai polimeri di base e si introducono nell’organismo umano per via orale, respiratoria o cutanea, oppure vi vengono trasportati dalle microplastiche, frammenti di plastica inferiori a 5 millimetri.
In base alle attuali conoscenze scientifiche non siamo però ancora in grado di stabilire, nel singolo individuo o in particolari sottopopolazioni, quale sia il reale rischio di malattia. Sappiamo che una larga parte della nostra popolazione assume IE perché le indagini epidemiologiche dimostrano che dal 70 al 100% degli europei adulti elimina ftalati con le urine e che il 100% di alunni delle scuole elementari spagnole coinvolti in alcuni studi presenta BPA nelle unghie. Non riusciamo però ancora a stabilire quale sia il livello di rischio e attraverso quali passaggi si giunga alla malattia.
Negli ultimi anni sono però iniziate nuove ricerche con nuove tecnologie e metodologie che tengano conto dei limiti delle precedenti impostazioni.
In attesa di disporre di nuove conoscenze non è corretto non prendere in considerazione l’enorme mole di dati epidemiologici e laboratoristici che ci hanno aiutato a comprendere i pericoli connessi agli IE. Vi è quindi un generale accordo tra i ricercatori di questo settore nel consigliare il cosiddetto “principio di precauzione”: una strategia di gestione del rischio nei casi in cui si evidenzino indicazioni di effetti negativi sull'ambiente o sulla salute degli esseri umani, degli animali e delle piante, ma i dati disponibili non consentano una valutazione completa del rischio.
L'applicazione del principio di precauzione richiede tre elementi chiave: l'identificazione dei potenziali rischi; una valutazione scientifica, realizzata in modo rigoroso e completo sulla base di tutti i dati esistenti; la mancanza di una certezza scientifica che permetta di escludere ragionevolmente la presenza dei rischi identificati.
L’applicazione di tale principio è raccomandata per tutti i soggetti in età evolutiva per una loro maggiore sensibilità agli effetti tossici, ma soprattutto deve essere applicata cosiddetti «primi 1000 giorni di vita», intesi come periodo di tempo dalla fecondazione al secondo anno postnatale.
I motivi che giustificano questo comportamento sono vari. I primi 1000 giorni di vita costituiscono un periodo critico (finestra biologica) per la crescita e lo sviluppo neuro intellettivo caratterizzato sia dalla maturazione sia dalla programmazione epigenetica di complesse vie, metaboliche, immunologiche, endocrine, riproduttive. In altre parole, gli IE giungono al feto attraverso la placenta materna e sono in grado di modificare l’espressione di vari geni, creando le potenziali condizioni favorenti lo sviluppo di malattie (metaboliche e cardiovascolari) che si manifesteranno molti anni dopo in età adulta.
Molti dei sistemi enzimatici che regolano l’eliminazione delle sostanze tossiche sono ancora immaturi rispetto all’adulto. Inoltre in rapporto all’adulto il lattante introduce una maggiore quantità di tossici perché la sua frequenza respiratoria in rapporto alla massa corporea è circa il doppio dell’adulto; l’assorbimento intestinale è maggiore e il periodo di riempimento gastrico e di transito intestinale sono più prolungati; la superficie cutanea è maggiore, la cute più sottile e più frequente il contatto con l’ambiente domestico; la barriera emato-encefalica che regola il passaggio di sostanze dal sangue al cervello è in via di maturazione; in via di maturazione sono anche le vie escretrici epatiche e renali.
Oltre a questi aspetti fisiologici, va ricordato che il lattante introduce più facilmente varie sostanze per alcuni suoi comportamenti tipici: portare gli oggetti alla bocca, gattonare sul pavimento dove si accumulano più facilmente polveri.
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