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STORIA

La liberazione di Firenze nelle cronache di Bruno Romani: dalla trattativa all’insurrezione - Firenze 1944: ascolta il podcast sul "diario dal fronte" di Garani

Dalla trattativa all’insurrezione

di Franco Contorbia

22 Agosto 2024, 15:22

La liberazione di Firenze nel 1944 è raccontata in prima persona anche nella sesta puntata del podcast "Amore, morte e ritorno - Diario dal fronte" con la testimonianza del parmigiano Ermanno Garani. Prigioniero dei tedeschi e costretto a combattere sul fronte di Anzio, Garani fuggì e si arruolò con gli Alleati (ascolta il podcast: nella puntata n. 6, Garani spiega come gli Alleati aiutarono i partigiani di Firenze contro i cecchini fascisti)

La seconda delle tre corrispondenze da Firenze di Bruno Romani («Risorgimento Liberale», 17 agosto 1944) tocca alcune delle questioni cruciali che precedono e seguono il 3-4 e l’11 agosto: il ‘ruolo’ politico-militare assolto da Alessandro Pavolini (e, al suo fianco, dal capo di gabinetto Puccio Pucci) nell’organizzazione della ‘resistenza’ dei fascisti rimasti o strategicamente schierati in città nell’imminenza dell’arrivo degli alleati; i sordidi uffici di pertinenza del torturatore Mario Carità, affiancato da Giuseppe Bernasconi e dalla mostruosa corte dei miracoli (la «banda Carità») insediatasi al servizio dei tedeschi a Villa Triste in via Bolognese; l’esodo verso nord est di significativi contingenti di fascisti toscani; la non limpidissima vicenda della ‘trattativa’, fortemente voluta dal cardinale arcivescovo Elia Dalla Costa, tra tedeschi, rappresentati dal console Gerhard Wolf (che lascerà Firenze il 28 luglio, cinque giorni dopo aver passato i poteri al colonnello Adolf Fuchs, comandante del Fallschirmjäger-Regiment 10), fascisti (Giotto Dainelli, Uberto Puccioni) ed esponenti dell’antifascismo fiorentino versati nell’esercizio della mediazione piuttosto che dell’intransigenza, affidata all’iniziativa, ben presto, e prevedibilmente, refoulée, di diplomatici non so quanto rappresentativi disponibili sulla piazza (il plenipotenziario rumeno Nicolae Petrescu Comnène, il console onorario svizzero Carlo Steinhäuslin) e di notabili cittadini di conclamata moderazione inclini a una transizione ‘morbida’ (l’avvocato Gaetano Casoni).

La qualità generalmente modesta delle biografie esistenti di Pavolini (e non mi riferisco solo alle agiografie di parte neofascista) non permette ancora di cogliere fino in fondo il senso della parabola di destino (della irresistibile ascesa e della rovinosa caduta) di uno scrittore solariano di seconda fila che diventa a venticinque anni, nel 1929, segretario della federazione fiorentina del Partito Nazionale Fascista (e in quella veste dà vita alla fiera nazionale dell’artigianato e al Maggio Musicale Fiorentino; la rifondazione del calcio storico può ascriversi legittimamente ai territorî del colore locale), a trentasei è ministro della Cultura Popolare, a quaranta segretario del Partito Fascista Repubblicano, e dunque capo delle Brigate Nere, impegnate con speciale ferocia nella guerra civile, a quarantuno, il 28 aprile 1945, è giustiziato dai partigiani sul lungolago di Dongo insieme con altri gerarchi (e no) di diverso ordine e grado.

Della storia, relativamente più semplice nella sua efferatezza, di Mario Carità ha offerto un serio profilo complessivo Riccardo Caporale (La «banda Carità». Storia del Reparto Servizi Speciali (1943-1945), prefazione di Dianella Gagliani, Lucca, Edizioni S. Marco Litotipo, 2005); i suoi snodi fiorentini sono stati messi a fuoco, tra gli altri, da Andrea Mugnai (Ora che l’innocenza reclama almeno un’eco. Testimonianze da «Villa Triste» 1943-1944, Firenze, Il Vantaggio Edizioni, 1990; La banda Carità. Ora che l’innocenza reclama almeno un’eco, Firenze, Becocci, 1995) e da Enrico Iozzelli (Il collaborazionismo a Firenze. La Rsi nelle sentenze di Corte d’assise straordinaria e Sezione speciale 1945-1948, Firenze, Regione Toscana-Consiglio Regionale, 2020), quelli padovani dal volume a più voci Ritorno a Palazzo Giusti. Testimonianze dei prigionieri di Carità a Padova (1944-45), a cura di Taina Dogo Baricolo, Firenze, La Nuova Italia-Quaderni del Ponte, 1972. Non si sa molto della morte di Carità: ucciso in un conflitto a fuoco con una pattuglia americana, nella notte sul 19 maggio 1945, a Castelrotto, sull’Alpe di Siusi. Sulla ‘migrazione’ in Valtellina e in Veneto, tra il maggio e il luglio 1944, di centinaia di fascisti fiorentini e toscani, la banda Carità non esclusa, c’è un buon libro di Andrea Rossi: Fascisti toscani nella Repubblica di Salò 1943-1945 (Pisa, Biblioteca Franco Serantini edizioni, 2005, nuova edizione 2006); tra il 25 settembre e il 3 ottobre 1945 la banda verrà processata dalla Corte d’assise straordinaria di Padova, che pronuncerà quattro condanne a morte (una eseguita), quattro all’ergastolo, due a trent’anni e comminerà varie pene minori; i successivi processi, celebrati presso la Corte d’assise di Lucca (1951), la Corte d’appello di Bologna (1953) e la Corte di cassazione (1955), si concluderanno o con la mitigazione dei provvedimenti adottati in primo grado o con condanne di ardua ‘applicazione’.

Sulla cosiddetta trattativa non mi è difficile condividere il giudizio tranchant formulato da Simone Neri Serneri nel saggio Resistenza e insurrezione nel secondo conflitto mondiale, apparso sulla «Rivista Storica Italiana» dell’aprile 2019: «Non intendendo subire gli sbandamenti e le perdite causati dal frettoloso abbandono di Roma, i tedeschi si disposero ad adottare la […] tattica della “ritirata aggressiva”, indispensabile per attestarsi ordinatamente sulla Linea Gotica. Fu lasciato cadere il diversivo della “città aperta”, strumentalmente agitato dalle autorità germaniche: non solo fino all’ultimo esse usarono il centro cittadino per il passaggio delle truppe e dei servizi logistici, ma mantennero un forte schieramento difensivo a sud della città, nell’ambito della più ampia linea di difesa predisposta lungo il corso dell’Arno da Pisa a est di Firenze, e solo subordinatamente al proprio ordinato ritiro considerarono l’eventualità di non dare seguito al predisposto minamento dei ponti sull’Arno. Fallì così definitivamente il progetto di alcuni notabili fiorentini e dello stesso cardinale Dalla Costa, volto ad evitare sofferenze alla popolazione e scongiurare ogni genere di combattimenti nell’ambito urbano, e non privo di attenzione presso le componenti moderate dello stesso Ctln, che tuttavia avrebbe avuto la conseguenza sostanziale di favorire ulteriormente la ritirata tedesca» (p. 82).

Neri Serneri ha avuto il merito di tagliar corto con la ricorrente, ciclica damnatio del ‘costo’ (certamente alto) dell’insurrezione sulla quale si fondano gli innumerevoli lavori di Paolo Paoletti (un titolo per tutti: Firenze, giugno-agosto 1944. Una liberazione a caro prezzo, Firenze, Agemina, 2009). Sulla medesima linea si è mossa Marta Baiardi, che, avvalendosi di un ricco corredo documentario (in primo luogo le testimonianze, non sempre disinteressate, dei protagonisti), a pp. 316-330 del suo Le tavole del ricordo. Guerra e Shoah nelle lapidi ebraiche a Firenze (1919-2020) (prefazione di Alberto Cavaglion, Roma, Viella, 2021) ha denunciato il carattere mistificatorio di una ‘trattativa’ che non ha avuto e non poteva avere esito, collocata com’era tra le fucilazioni di Cercina (12 giugno) e l’eccidio di piazza Tasso (17 luglio), sottolineando che «Firenze non fu mai “città libera” né città aperta”, ovvero non vi fu alcuna dichiarazione in tal senso da parte delle autorità militari» (p. 318), e registrando con ironia la paradossale beatificazione, a dieci anni dalla liberazione di Firenze, del console Wolf (il «console buono»), insignito il 19 novembre 1954, con un eccesso d’enfasi al quale non sono estranee preoccupazioni e obbedienze di politica internazionale, della cittadinanza onoraria, conferitagli dalla giunta La Pira e dall’intero consiglio comunale di Firenze quale ‘salvatore’ di ebrei perseguitati e di preziose opere d’arte, d’intesa con il sovrintendente Giovanni Poggi: laddove è innegabile la protezione segretamente concessa da Wolf a Bernard Berenson, rifugiato a villa Le Fontanelle di Careggi presso il marchese Filippo Crescenzi Serlupi, ministro plenipotenziario di San Marino presso la Santa Sede (sull’argomento si veda Giulio M. Manetti, Le uova dell’ambasciatore e il lascito mediceo, in Firenze, estate 1944. Testimonianze di una “guerra di notizie”. Informazione, controinformazione, propaganda e comunicazioni nei ‘giorni dell’Emergenza’, a cura di P.O. Archivi e SDIAF-Archivio Storico del Comune di Firenze, dicembre 2020, pp. 57-64).

Neri Serneri e Baiardi scrivono a settantacinque e settantasette anni dai fatti, Bruno Romani a pochi giorni o settimane di distanza sul giornale, non si dimentichi, del Partito Liberale, che dello schieramento antifascista, e del Cln, occupa l’ala destra: circostanza che non pare avere condizionato o limitato in alcun modo l’impregiudicata nitidezza dello sguardo di Romani, assistito da una capillare conoscenza della stampa fiorentina, che gli consente di illuminare l’«inganno della città aperta». Mi è stato possibile controllare l’esattezza delle sue citazioni dall’articolo di Leonhard Owsniki, che «La Nazione» del 1° luglio 1944 riprende da «Südfront», e dal minaccioso Arrivederci che nell’estremo scorcio del mese sigilla il «numero speciale» (davvero unico e irripetibile) di «Repubblica» («Periodico della Federazione dei Fasci Repubblicani di Firenze») grazie alla generosità e alla competenza di due bravissime bibliotecarie fiorentine, Annalisa Pecchioli della Biblioteca Nazionale Centrale e Erica Vecchio della Biblioteca Marucelliana, che hanno messo a mia disposizione, nel cuore della canicola di agosto, i due rari specimina.

Infine, mi sembra opportuno segnalare, in calce all’articolo di Romani, una ‘notizia’ da Firenze di una trentina di righe, dal titolo La sezione liberale in linea con i patrioti, che rivendica le ragioni della partecipazione, insieme militare e politica, dei liberali fiorentini alla lotta contro i nazisti e i fascisti che ha avuto vittoriosamente corso in città (membri del Comitato Toscano di Liberazione Nazionale sono, per il Partito Liberale Italiano, Aldobrando Medici Tornaquinci e Giacomo Devoto).

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