La domenica - L’occhio del Dragone
Christopher Wool «Crosstown Traffic», 2023, New York, photo courtesy @dragone_arte.
La metropolitana è brulicante di persone, i negozi tutti aperti, traffico ovunque, gente con lo sguardo basso che taglia gli angoli per guadagnare secondi: siamo a casa. Ho fatto un giro in Chelsea e in Tribeca. La maggior parte delle gallerie sta installando per le grandi vernici di inizio anno. Sbirciando dalle vetrine si intravedono opere nascoste timidamente dietro alle casse dei trasportatori, mentre ancora si truccano e si fanno belle. Tra un paio di giorni aprono tutti e ricomincia la danza. In controtendenza, alcune gallerie piccole hanno già aperto, approfittando di una città che comunque è sempre piena di gente, anche durante le code delle ferie. Sono andato così a vedere di persona la mostra appena aperta da CANADA Gallery. In foto sembrava molto bella (ma vatti a fidare dei filtri di Instagram!). I grandi quadri astratti sono installati su dei pali in mezzo alla stanza e avendo curato una mostra molto simile l’anno scorso, ero curioso anche di vedere tecnicamente come l’avessero risolta. La "quasi nuova” sede di CANADA, in Tribeca, è un passo in avanti per una galleria che negli ultimi 26 anni ha saputo adattarsi nelle pieghe della città, manco fosse un’opera di Gordon Matta-Clark. Mi ricordo quando era ai piedi del Manhattan Bridge, nel retro di un fatiscente palazzetto di Chinatown.

In questi anni, pur mantenendo uno spirito “ribelle”, sono cresciuti molto come galleria, incrementando il numero di artisti che rappresentano e il numero di fiere a cui partecipano. Forse meno sperimentale che alle origini, ma sempre una galleria da tenere sott’occhio, perché gli artisti sono i più bravi a scoprire nuovi talenti. CANADA rimane comunque una specie a rischio di estinzione, come molte delle gallerie di medio formato che stanno tremando da mesi e io tifo per loro. La mostra era la personale di Dona Nelson, intitolata The Individualism of Dona Nelson, presentata in collaborazione con la galleria Thomas Erben. Con un titolo che riprende un album di musica jazz, l’artista sembra celebrare le sue jam session in studio, con quadri dai gesti ampi e ripetuti. Nelle sale sono posizionati una serie di quadri sospesi su strutture metalliche da lei stessa disegnate, che permettono di girare intorno al quadro e mostrare una pittura “a tutto tondo”. I quadri sono dipinti anche sul retro e sui telai, come fossero passati sotto a un autolavaggio. Con una tecnica mista che comprende dripping, disegno, sottrazione e addizione, colate di colore e altre stregonerie da studio, l’artista crea dei paesaggi astratti che a volte sembrano reperti geologici per le innumerevoli stratificazioni. Il risultato finale è piacevole e carnoso, anche se in foto mi erano sembrati meno decorativi. Una mostra di qualità, con diverse idee, dove si vede che l’artista si è divertita e che consiglio di andare a vedere soprattutto per chi, come me, ha un debole per i quadri astratti di grande formato.
Non essendo dunque ancora la settimana dei grandi openings, ho pensato di farvi scoprire due capolavori che si possono incontrare passeggiando sul lato West di Manhattan. Sto parlando del grande mosaico di Christopher Wool, Crosstown Traffic, e della sensuale e inquietante scultura in acciaio luccicante di Charles Ray, Adam and Eve. Due maestri assoluti che hanno prodotto opere iconiche e memorabili. Due menti forse agli antipodi per tecniche ed esperienze di vita (uno un ex tossico di downtown e l’altro un meticoloso studente dell’Illinois). Due geni a modo loro, con pratiche e linguaggi provenienti da pianeti diversi ma che in questo angolo di New York convivono stupendamente uno di fianco all’altro, come due newyorkesi che aspettano in simbiosi il metrò.
Partiamo da Crosstown Traffic di Christopher Wool. Un mosaico di 15 metri per 10, che si staglia nella lobby dell’imponente grattacielo Two Manhattan West, incombendo come un monito o un dio del passato sulle teste dei concierges. Mi vengono in mente quelle grandi composizioni umane durante le parate in Corea del Nord, tutti sventolando la bandierina giusta, così come le scenografie da derby allo stadio. Un mosaico contemporaneo fuori scala. Il primo per l’artista (che poi ne produrrà degli altri negli anni successivi), ma che sembra fare parte del suo linguaggio da sempre. Ho pensato: “Ha rubato la Cappella di Sant’Andrea a Ravenna e, dopo averla spiattellata sulla parete, l’ha pasticciata con l’Uniposca”. Non avevo mai visto un mosaico contemporaneo di quelle dimensioni. Un enorme tappeto volante per portarci tutti via in caso di invasione.

Non faccio in tempo a fare questo pensiero che, uscito dalla lobby del grattacielo, mi trovo di fronte a due splendidi alieni luccicanti, anche loro fuori scala. O meglio: fuori scala umana. Grandi come ti aspetteresti degli alieni evoluti, due metri e mezzo o tre, di potenza luminosa. Sembrano una coppia dopo aver appena finito di litigare. Lei è seduta a riflettere mentre guarda le persone camminare, l’altro scruta l’orizzonte in piedi, in direzione opposta, quasi cercasse dove ha parcheggiato l’astronave. “Ecco, sono venuti a prendermi”, penso. Poi mi metto gli occhiali e si intravedono meglio i lineamenti umani. Sono due persone anziane, con le rughe e tutto, ma ingigantiti e immortalati come due intrepidi Han Solo. Un altro capolavoro di Charles Ray, scultore “cecchino” che non sbaglia un colpo e ne tira pochi, come quel turco senza occhiali e mirino che faceva sempre centro alle Olimpiadi. La scultura si intitola Adamo ed Eva e l’artista ce li presenta invecchiati e normalizzati dalla quotidianità. Altri due newyorkesi persi nel frullatore, che aspettano la prossima onda o forse solo un taxi. Allontanandomi dall’edificio mi giro per un ultimo sguardo: l’acciaio delle sculture si confonde con quello del grattacielo. Vedo la coppia di alieni giganti con dietro l’immenso tappeto volante in prospettiva. Penso all’uomo sulla Luna che pianta la bandiera americana ma, a differenza di quella, il grande mosaico non sventola più.
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