L'editoriale
Il nostro è un Paese strano. Certamente non brilliamo per innovazione tecnologica, ma quanto a divieti, allarmi e dotte dissertazioni sulla tecnologia basati più che altro sul sentito dire non siamo secondi a nessuno. Un mio vecchio insegnante all'università - Storia della letteratura italiana, non sono un ingegnere - che divideva il suo tempo tra Milano e Oxford diceva a lezione, era un grandissimo affabulatore, che ai suoi amici inglesi non riusciva a spiegare due cose dell'Italia: il servizio postale e la giustizia amministrativa.
Se fosse ancora vivo, probabilmente, ci avrebbe aggiunto anche il proliferare di Authority che normano molti aspetti della nostra vita.
Intendiamoci, non è un problema solo italiano e, anzi, in molti casi l'esistenza di un organismo indipendente che valuta la situazione è doveroso e salutare. Ma a volte, invece, sembra che alcuni provvedimenti siano presi solo per il gusto di guadagnare visibilità, innescare una polemica o, nei casi migliori, indicare un problema che si spera che in questo modo entri nell'agenda dell'azione politica e al centro della discussione pubblica.
Senza scomodare l'azione di governo che si è data un bel daffare per vietare in un unico Paese, il nostro, una pratica - quella della carne sintetica o coltivata a partire da un gruppo di cellule - che è ancora allo studio e certamente non è matura per lo sviluppo commerciale in nome del made in Italy e di quella che ora si chiama sovranità alimentare, consideriamo la decisione presa alla fine della settimana dal Garante per la privacy che ha messo un freno a ChatGpt, la piattaforma in grado di sviluppare conversazioni con gli umani attraverso tecniche di apprendimento automatico. L’Autorità ha aperto un’istruttoria contestando la raccolta illecita dei dati degli utenti italiani e ha disposto, con effetto immediato, la limitazione provvisoria del loro trattamento da parte di OpenAI, la società statunitense che ha sviluppato e gestisce la piattaforma, fino a quando la normativa sulla privacy non verrà rispettata.
Si tratta di un provvedimento provvisorio, a seguito di un'istruttoria sommaria, ma i rilievi mossi dall'organismo italiano sono molto pesanti e non facilmente risolvibili da parte di OpenAI.
Il Garante, infatti, rileva la mancanza di una informativa agli utenti, ma soprattutto l'assenza di una base giuridica che giustifichi la raccolta e la conservazione massiccia di dati personali, allo scopo di «addestrare» gli algoritmi sottesi al funzionamento della piattaforma. Tanto più che le informazioni fornite da ChatGpt non sempre corrispondono al dato reale, determinando quindi un trattamento di dati personali inesatto. Si tratta, poi, del primo intervento a livello mondiale di questo tenore, che potrebbe avere sviluppi nel resto dell’Europa anche grazie al coordinamento tra le autorità per la privacy dei diversi Paesi. Ma, allo stesso tempo, potrebbe anche essere il primo e ultimo provvedimento di questo tipo se la linea, a livello europeo, sarà diversa. E a questo punto gli utenti italiani più che garantiti potrebbero essere penalizzarti proprio da una decisione affrettata del Garante.
La maggior parte dei rilievi dell'Autorità, intendiamoci, sono fondati e molte delle domande poste sono legittime. Solo che l'innovazione tecnologica non funziona più come il Garante sembra presupporre, visto che molto spesso il quadro normativo segue lo sviluppo tecnologico e non lo precede. E per buone ragioni: se la normativa è, infatti, troppo rigida, si rischia di bloccare il processo innovativo in base a presupposti che non tengono conto dei risultati positivi dell'innovazione stessa. In poche parole, usando una metafora abusata, si rischia di gettare il bambino con l'acqua sporca.
Forse sarebbe troppo chiedere un approccio un po' più pragmatico, visto che siamo un Paese che, dal punto di vista giuridico, tende all'iper regolazione e che, tendenzialmente, è ossessionato dalle norme e dai codici. Fa parte del nostro Dna di eredi del diritto romano, di fautori del primato della «civil law». Ma a volte l'approccio soft della giurisprudenza e della «common law» dà risultati migliori.
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