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L'editoriale

È l'ora di quantificare anche gli effetti redistributivi dei servizi

È l'ora di quantificare anche gli effetti redistributivi dei servizi

di Patrizia Ginepri

27 Maggio 2025, 09:55

Ci siamo mai chiesti come cambia nel nostro Paese la redistribuzione del reddito alla luce dei cosiddetti benefici fiscali? Tra i tanti numeri è facile perdersi. L’Istat, ogni anno, pubblica un Rapporto proprio sulla redistribuzione del reddito, descrivendo gli effetti dei cambiamenti introdotti nell’anno precedente riguardo alle imposte, i contributi e i trasferimenti che interessano le famiglie.

Il quadro relativo al 2024, reso noto di recente, mette in evidenza tre misure: il passaggio da quattro a tre aliquote Irpef, con un nuovo scaglione fino a 28mila euro a cui si applica l’aliquota del 23%, la riduzione dei contributi sociali per molti lavoratori dipendenti fino a 35mila euro di retribuzione lorda annua e l’entrata a regime dell’Assegno di inclusione, la misura contro la povertà che ha sostituito il Reddito di cittadinanza. Le conseguenze distributive di queste novità sono state diverse. Le modifiche all’Irpef e al regime contributivo hanno avuto un effetto progressivo, aumentando il reddito disponibile per circa 21 milioni di famiglie (l’80% del totale), con una variazione percentuale del reddito leggermente superiore per i nuclei più poveri. Il guadagno è decisamente più elevato per le lavoratrici madri, grazie all’esonero contributivo che le ha riguardate.
Le stime elaborate dall’Istat sono tuttavia statiche, cioè tengono conto solo delle variazioni della normativa. La perdita del sussidio, ad esempio, può aver spinto alcuni ad aumentare l’offerta di lavoro, con conseguente incremento del reddito disponibile. Tenendo conto di queste reazioni, potremmo scoprire che la distribuzione del reddito non è peggiorata. L’Osservatorio Inps rivela che il 60% dei nuclei che avevano il Reddito di cittadinanza continua a ricevere l’Assegno di inclusione o il Supporto per la formazione e il lavoro, il 25% non ha presentato domanda per i nuovi sussidi, mentre al 15% è stata respinta la domanda. Nulla emerge, tuttavia, sul destino lavorativo di queste famiglie.

Fin qui i numeri, ma se vogliamo veramente parlare di redistribuzione del reddito non possiamo ignorare il grande tema dei servizi. I trasferimenti sotto forma di servizi di solito non compaiono nelle statistiche relative ai redditi delle famiglie e hanno il problema che sono molto meno «remunerativi» dal punto di vista del consenso politico rispetto a quelli in denaro, come dimostra il susseguirsi di bonus a cui abbiamo assistito negli ultimi anni. Ma ambiti sempre più importanti del welfare richiedono proprio specifici servizi, come ad esempio la «long term care», il contrasto all’isolamento sociale, la conciliazione tra famiglia e lavoro, la formazione professionale e così via. Sarebbe quindi molto utile quantificare anche gli effetti redistributivi dei servizi, che per una fetta importante di famiglie non sono meno importanti di quelli dei trasferimenti in denaro e delle imposte. Su questo fronte si aprirebbe un ulteriore dibattito, su temi cruciali come la garanzia dei servizi pubblici, in particolare sanitari e sociali, vero termometro di democrazia e l’annoso tema dell’evasione fiscale. E qui che si deve lavorare per dare vita a una vera redistribuzione.
Le statistiche di Euromod, una sorta di Istat per i Paesi Ue, dicono che in Italia la riduzione della disuguaglianza dopo i trasferimenti e le imposte dirette, è simile a quella del sistema tax-benefit spagnolo e vicina a quella tedesca. Belgio e Francia sono più redistributivi, così come anche i paesi nordici, dove però le imposte indirette sono più alte rispetto al resto d’Europa.

Il sistema di imposte e trasferimenti italiano è quindi redistributivo quasi come quello tedesco. E negli ultimi dieci anni la sua progressività è lievemente aumentata, grazie in particolare ai continui interventi sull’Irpef e all’introduzione di sussidi. In estrema sintesi, nei sussidi in denaro sono avvenuti miglioramenti nel medio periodo. Dove siamo ancora indietro è nei servizi alla persona, in cui la spesa è ancora molto inferiore a quella europea. Tuttavia, ambiti sempre più importanti del welfare state richiedono proprio servizi, come ad esempio l’assistenza di lungo periodo, la conciliazione tra famiglia e lavoro, la formazione professionale e così via. Sarebbe quindi molto utile quantificare anche gli effetti redistributivi dei servizi, per molte famiglie non meno importanti di quelli dei trasferimenti in denaro e delle imposte.

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