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Editoriale

Il lupo e l'agnello

soldato

23 Febbraio 2022, 13:43

Mentre, l’altra sera, ascoltavo il discorso di Vladimir Putin nella saltellante traduzione dei cronisti della Rai e, di tanto in tanto, nella più attenta e autorevole Cnn, mi son venuti alla mente due versi di Fedro: «Superior stabat lupus, longeque inferior agnus» (il lupo stava più in alto e molto più in basso l’agnello). Nessuno può credere che la repubblica Ucraina possa costituire un pericolo per la grande Russia, se non sotto il profilo politico ed etico della sua medesima esistenza di paese democratico in pieno sviluppo. Il discorso di Putin era quindi rivolto soprattutto ai russi giacché elencava le minacce provenienti dall’Ucraina (episodi minimi probabilmente falsi o messi in scena dai russi stessi) come esiziali per la loro pacifica convivenza evocando ripetutamente due presunti diritti del governo di Mosca, cioè suoi: il diritto alle ritorsioni e il diritto a impedire che le cosiddette minacce ucraine abbiano un qualche effetto.

Prima di inoltrarci nella situazione che ricorda da vicino le vicende che dettero il via alla seconda Guerra mondiale e in particolare la conferenza di Monaco del 29-30 settembre 1938, facciamo qualche passo indietro. Negli ultimi quindici anni, la Russia ha via via attenuato la pur fragile democrazia sorta con Eltsin, trasformandosi in una autocrazia, nella quale il presidente è a tutti gli effetti lo zar riconosciuto, padrone della Duma (il Parlamento) e del paese. Allo stesso tempo, si andava consolidando il ruolo e il peso di Xi Jinpin, l’altro autocrate, trasformatosi da presidente pro-tempore nel presidente a vita della Cina (una caduca e immatura aspirazione all’immortalità).

Dobbiamo essere consapevoli che noi europei, noi occidentali rappresentiamo con la nostra semplice esistenza democratica un pericolo mortale per i due regimi autoritari. Mentre si concretizzava questa situazione, l’America che ha la leadership del mondo libero disertava le proprie responsabilità internazionali (presidenze Obama e Trump) abbandonando scacchieri cruciali come il Medio Oriente e consentendo alla Russia il presidio e la penetrazione in Siria e in Libia e alla Cina l’ingresso a vele spiegate in Africa.

L’America aveva la necessità vitale di impedire che Russia e Cina saldassero i propri interessi in un’alleanza di blocco capace di condizionare il mondo. Purtroppo, Trump, soprattutto lui, non ha visto il pericolo mortale che correva il suo paese e si è limitato a polemiche di piccolo cabotaggio.

Ora, perciò, abbiamo a che fare con l’Asse Russia-Cina e dobbiamo prendere in considerazione il fatto che Putin non avrebbe fatto la voce grossa se non avesse avuto le spalle coperte da Xi Jinping.

In condizioni diverse, gli Usa avrebbero potuto tentare di coinvolgere il leader cinese in una mediazione o in un processo di «appeasement» globale. Oggi, Biden non può fare questa mossa: la Cina ha aperto la questione Formosa, la piccola isola nella quale si concentra la produzione dei semiconduttori che, per il Celeste Impero, sono ciò che è il gas per la Russia.

Inoltre, nel quadrante dell’Estremo Oriente c’è una variabile che l’Occidente ha lasciato crescere profferendo minacce verbali senza mai impedire che Kim Jong, dittatore della Corea del Nord, si provvedesse di armi nucleari e di vettori intercontinentali. È a lui che occorre guardare in queste ore cruciali.

L’Europa non esiste. E non esiste perché non ha una forza militare e, quindi, non ha una politica estera. Ma sarà l’Europa a pagare il prezzo del conflitto, anche se si trattasse soltanto di un conflitto a bassa intensità. Sarà la realtà a imporre all’Europa di dotarsi rapidamente di una forza militare unitaria capace di difenderla e di allontanare il pericolo di una guerra globale, cioè atomica.

Il rapace uomo del Cremlino, peraltro, dovrà fare i conti - come noi europei - con una magica parola che tutto lega e condiziona. La parola è «interdipendenza»: essa ha un peso elevatissimo e non permette a nessuno di andare oltre. Il crollo della borsa di Mosca, all’apertura di ieri mattina, mostra l’importanza (dell’interdipendenza) e pone il problema di un consenso interno vacillante per l’autocrate del Cremlino.

La posizione della stampa americana, peraltro, è piuttosto cauta e mostra la convinzione che il conflitto sarà a bassa intensità. Piuttosto ciò che colpisce (Wall Street Journal) è la sfiducia sulla capacità di Germania e di Italia - fortemente tributarie del petrolio e del gas russo - di assumere una posizione ferrea in materia di sanzioni.

Quanto all’Europa, dopo il campanellino d’allarme della pandemia, questa russa è una sirena lacerante che ne interrompe il sonno strategico. Non c’è alternativa alla costruzione di una forza militare continentale unitaria. Nella situazione di un mondo monopolizzato da un polo dittatoriale Cina-Russia, l’Europa non può essere il vaso di coccio che fa le spese dello scontro inevitabile anche se non necessariamente armato con l’America. Per non esserlo deve trasformare la situazione attuale rendendosi interlocutore credibile e determinante.

L’alternativa è soccombere o come alleati-sudditi dell’America o come area servente gli interessi della Russia e la penetrazione capillare cinese.

Se non vogliamo che questo accada, dobbiamo fortemente credere in una Europa più unita, più forte, più armata.

Tertium non datur.

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