Il tema della comunicazione politica agita il confronto tra i partiti da almeno trent’anni. Se le inchieste di Tangentopoli hanno ridotto in macerie la Prima Repubblica, che privilegiava comizi dal vivo e tribune politiche improntate al libero confronto tra candidati, alla fine del 1993, con la discesa in campo di Silvio Berlusconi, principale editore televisivo privato, si è scatenato un feroce scontro sul rapporto tra informazione e politica e sulle regole della propaganda elettorale. Nonostante l’avvento della Rete, che ha smorzato gli effetti delle posizioni dominanti delle tv del Cavaliere sulla dialettica politica, il nodo del pluralismo è rimasto cruciale per il confronto tra i partiti, come dimostrano le cicliche diatribe interne alla Rai.
Se è vero che la questione par condicio si pone ormai in termini anacronistici, perché la legge fatta nel 2000 non contempla alcuna misura riequilibratrice per i canali online e ha dunque le armi spuntate nei confronti di offensive a suon di tweet e post da parte di attori politici particolarmente vivaci e attivi sui social, occorre comunque riflettere sullo spazio che il confronto tra opzioni politiche occupa nei palinsesti delle tv pubbliche e private.
Ulteriore conferma di quanto la propaganda elettorale continui ad essere un tema particolarmente sensibile la ricaviamo dalle polemiche delle ultime ore sulla campagna referendaria. L’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom) ha tirato le orecchie alla Rai perché non starebbe garantendo copertura sufficiente ai referendum che si svolgeranno il prossimo 12 giugno insieme alle elezioni amministrative, indette in 974 comuni su tutto il territorio nazionale.
Le parole rivolte dal Consiglio dell’Autorità a viale Mazzini e agli altri operatori del settore sono inequivocabili: la Rai e tutti i fornitori di servizi di media audiovisivi e radiofonici operanti in ambito nazionale sono chiamati a garantire «un’adeguata copertura informativa sui temi oggetto dei referendum indetti per il prossimo 12 giugno, allo scopo di offrire ai cittadini un’informazione corretta, imparziale e completa sui quesiti referendari e sulle ragioni a sostegno delle due opzioni di voto, favorevoli e contrarie ai referendum, osservando i principi di pluralismo, obiettività, completezza e imparzialità dell’informazione».
Un modo elegante per richiamare il sistema radiotelevisivo a una maggiore attenzione nell’illustrazione delle ragioni del «si» e del «no» ai cinque quesiti sulla giustizia (abolizione della legge Severino, introduzione di maggiori limiti alla custodia cautelare, separazione delle carriere dei magistrati, equa valutazione dei magistrati, riforma del Consiglio superiore della magistratura), sui quali gli elettori saranno chiamati a pronunciarsi domenica 12 giugno. I quesiti, dichiarati ammissibili dalla Corte Costituzionale lo scorso 16 febbraio, sono stati promossi da Lega e Radicali. Chi si recherà alle urne riceverà cinque schede di colore diverso (rosso, arancione, giallo, grigio, verde). Trattandosi di referendum abrogativi, chi metterà una croce sul “si” esprimerà una preferenza per l’abrogazione delle attuali normative; viceversa, chi metterà una croce sul “no” riterrà utile non cambiare lo stato attuale delle cose. Ma la consultazione sarà valida solo se a votare saranno il 50% più uno degli aventi diritto, e quindi se sarà raggiunto il fatidico quorum di partecipazione.
In verità i principali protagonisti della vita politica italiana non si stanno più di tanto pronunciando sui quesiti. Lo stesso Matteo Salvini, leader della Lega, tra i soggetti promotori della consultazione referendaria, parla più volentieri di pace tra Russia e Occidente che non di riforma della giustizia. Quando si raccoglievano le firme per i referendum era molto infervorato, ora appare quasi rassegnato al peggio, che significa scarsa affluenza alle urne.
In generale, chi inizialmente si è stracciato le vesti affinché gli italiani potessero votare sui temi della giustizia ora grida al bavaglio, denunciando il posizionamento marginale dei confronti televisivi tra le ragioni del «si» e quelle del «no», collocati in fasce orarie di scarso ascolto e non ben evidenziati nei sommari delle edizioni dei telegiornali e degli altri contenitori informativi.
Di certo non ha stimolato la partecipazione alle urne il recente chiacchierato monologo di Luciana Littizzetto, in occasione dell’ultima puntata di «Che Tempo Che Fa» su Rai Tre. L’attrice ha annunciato senza peli sulla lingua che il 12 giugno andrà al mare, anziché recarsi alle urne, poiché reputa i quesiti «poco chiari e troppo tecnici». I precedenti, in verità, non portano bene a chi fa proclami del genere. In occasione del referendum del 9 giugno 1991 sulla preferenza unica, l’allora leader del Partito socialista italiano, Bettino Craxi, invitò gli italiani ad andare al mare e a disertare le urne, ma gli andò male perché oltre 6 elettori su 10 respinsero il suo appello all’astensione e si recarono ai seggi.
Questa volta il clima è assai diverso: ci sono alle porte le prime vere vacanze dopo due anni di pandemia, un conflitto russo-ucraino che monopolizza o quasi gli spazi dell’informazione e dell’approfondimento e un atteggiamento davvero molto tiepido da parte di tutti i partiti politici.
Con queste premesse il sentiero del raggiungimento del quorum appare irto di ostacoli. Ciò non toglie che, a prescindere dall’opinione che ciascuno ha sul merito dei quesiti, non si debba riflettere sulle storture della comunicazione radiotelevisiva relativa ai quesiti referendari.
Il contratto di servizio in fase di rinnovo disciplina i contenuti e i principi alla base della programmazione della Rai e non può ignorare il dovere di garantire il diritto all’informazione dei cittadini-utenti su fatti di innegabile interesse pubblico come un appuntamento elettorale. I referendum sono stati indetti anche a seguito della spinta impressa da centinaia di migliaia di cittadini che hanno firmato quei quesiti perché ritengono la giustizia un settore da riformare.
Dunque, ospitare in una trasmissione della tv pubblica una esternazione come quella della Littizzetto, sia pure in un contesto ironico e improntato a leggerezza, avrebbe meritato, nel rispetto del contratto di servizio, l’applicazione del principio del contraddittorio, con la contestuale rappresentazione delle ragioni a supporto della partecipazione al voto. Qualcuno dovrebbe ammetterlo con chiarezza, anche per non creare precedenti pericolosi per il servizio pubblico e, più in generale, per la democrazia dell’informazione.