EDITORIALE
Gli ottocenteschi ritmi istituzionali che governano o sgovernano l’Italia ci conducono a un’attesa paradossale del giorno in cui il nuovo governo si insedierà e non sarà ancora nel pieno dei suoi poteri per la procedura di conferimento della fiducia dal Parlamento (di fatto, ormai, monocamerale, visto che i provvedimenti si discutono in una sola sede parlamentare, essendo solo tabellare l’approvazione dell’altra sede: con tanti saluti alla lotta di tanti contro la riforma costituzionale di Renzi).
Nei confronti del gabinetto che verrà, la posizione corretta è un giudizio riservato. Ne abbiamo viste troppe negli ultimi 28 anni (inizio della seconda Repubblica nel 1994) per non aspettare i primi e i secondi passi di Giorgia Meloni e dei suoi ministri per esprimerci in maniera consapevole sulla nuova esperienza.
Giacché si tratta di una novità assoluta, un governo di destra-centro alla testa del Paese e questa volta per un ampio consenso popolare espresso, naturalmente, da coloro che sono andati a votare, il 58,18% degli aventi diritto. Questo significa che il 42% abbondante di consensi al destra-centro, nella popolazione vale poco più 21%: un valore che significa molto per Giorgia Meloni e per chi va al governo, tenuto conto che l’obiettivo primario che una coalizione al potere si deve porre è quello di allargare e consolidare il proprio consenso nel Paese.
Rimane il fatto che i tempi di costituzione del nuovo governo sono evidentemente incompatibili con le gravi emergenze interne e internazionali. Quante aziende avranno portato e porteranno i libri in tribunale in questi 27 giorni trascorsi dalle elezioni? E quanti giorni ci vorranno perché venga ufficializzata con un decreto la posizione del nuovo gabinetto rispetto all’emergenza bollette?
E sul piano internazionale, dove saranno le autorità italiane nel caso, possibilissimo, del precipitare della crisi? Il governo Draghi non potrà decidere alcunché e il nuovo governo non ci sarà e non valgono le vuote e retoriche parole sulla continuità giuridica e istituzionale.
In questi 11 giorni trascorsi dalle elezioni, la leader di Fratelli d’Italia s’è mossa con cautela, raccogliendo immediatamente la disponibilità istituzionale e - diciamolo pure - morale di Mario Draghi di far tutto il possibile per facilitare la transizione e il passaggio di consegne sui dossier caldi giacenti a Palazzo Chigi.
Il periodo di Draghi primo ministro sarà ricordato nei decenni come uno dei periodi meno infelici del Paese, per scelte politico-amministrative e per lo stile, come del resto si ricorda il tempo di Giovanni Giolitti durante il quale la lira (la liretta nazionale) faceva aggio sull’oro. Fa bene Giorgia Meloni a tenersi in mano tutte le carte e a non giocarne alcuna. L’attesa acuisce gli appetiti e ottenebra le menti già ottenebrate di alcuni suoi alleati, di fatto pronti ad accettare ciò che verrà loro offerto (con equilibrio, naturalmente) e a non attuare fragili minacce di appoggio esterno.
Importante, in sostanza, è rimanere ancorati alla realtà, come ha invitato a fare il presidente della Confindustria Carlo Bonomi, a non inseguire impossibili slogan elettorali (prepensionamenti e flat tax) e a ragionare sui dati di fatto.
Il divorzio di alcuni politici con la situazione reale e le sue esigenze ha già prodotto sconfitte elettorali e altre ne produrrà se si insisterà sulle illusioni. Il realismo è sempre stata la bussola dei politici di qualità.
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