editoriale - economia
Il sogno di una moneta (uno strumento che serva per lo scambio di beni - più semplice del troppo laborioso baratto - che abbia un valore in sé) è antico come l’economia del mondo. Per alcuni millenni questo strumento è stato l’oro, in parte lo è ancora, ma da 75 anni questa moneta è il dollaro.
Da decenni si studia come si possa sfuggire a questi controlli e rischi, ma è sempre mancato lo strumento tecnico per gestire la moneta al di fuori di un controllo pubblico (attraverso la banca centrale).
Con il potenziamento delle tecnologie informatiche, è stata inventata la tecnologia del Blockchain, un meccanismo di registrazione informatica simile a quello della gestione delle carte di credito, con un’aggiunta cruciale: per potere accedere a questa tecnologia di pagamento bisogna convertire le proprie valute vere (come dollaro ed euro) in valute virtuali, le criptovalute, sulla base del suo prezzo di mercato.
Il vantaggio di queste valute virtuali è che sono al di fuori del controllo pubblico, e tutte le operazioni si possono svolgere in forma anonima. L’inventore della “catena” (anonimo giapponese) “garantisce” che queste valute saranno emesse in una quantità massima entro un certo numero di anni (in media 20 anni), con un preciso meccanismo di copertura delle spese per la gestione della catena informatica. Che è molto costosa in termini di consumi energetici. Tutti possono diventare “miners” (emittenti di valuta virtuale), purché si sia dotati di una struttura informatica adeguata (molto costosa da assemblare), e abbia poi una platea sufficiente di clienti; i quali, dopo avere aperto un conto in valuta virtuale, effettuano transazioni sui loro conti, sui quali si paga una commissione variabile. Sulla base delle transazioni effettuate, il “miner” può emettere -per ripagare la propria attività- nuove valute virtuali, sulla base di un meccanismo a scalare, per garantire il massimo di emissioni alla scadenza.
Un processo di creazione di moneta perfetto: decentrato, nessun controllo centralizzato, completamente anonimo, con un valore della valuta assicurato dalla quantità massima di criptovalute emessa fino alla scadenza. Una specie di oro virtuale, perfetto. O quasi.
Perché senza controlli, non ci sono garanzie che tutto si svolga nel rispetto delle regole. Tanti gli esempi di frodi, inclusa la sparizione di “catene” di registrazione, criptovalute dei clienti incluse. Soprattutto da parte delle piattaforme di gestione, le quali hanno usato le criptovalute di proprietà dei clienti come garanzia per operazioni cartolarizzate per speculazioni in proprio.
Cronaca di questi giorni.
Lunedi scorso Sam Bankman-Fried capo della piattaforma di criptovalute FTX ha dichiarato “Tutto è a posto, le attività sono sicure”.
Il venerdì seguente ha rassegnato le dimissioni e dichiarato bancarotta. Si ritrova con 900 milioni di dollari in casa e deve pagare 9 miliardi di passività.
Il signor Bankman-Fried era considerato un bravissimo leader della industria delle criptovalute, influente a Washington, molto ascoltato per la stesura di una futura regolamentazione del settore. La sua società FTX era considerata solida, e operante con responsabilità nel mondo senza regole delle criptovalute. Era sostenuto da grandi investitori di venture capital della Silicon Valley, da sempre attenti controllori dei propri investimenti. La FTX è capofila di 130 società, ha attività (da definire) tra i 10 e 50 miliardi di dollari, ed altrettante passività. I suoi clienti sono 100 mila.
Lunedi scorso la ricchezza personale del signor Bankman-Fried era stimata in 24 miliardi di dollari, tra le prime al mondo. Domenica la sua ricchezza era pari a zero.
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