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L'editoriale

La rivoluzione dell'auto: un regalo alla Cina (e anche agli Stati Uniti)

La rivoluzione dell'auto: un regalo alla Cina (e anche agli Stati Uniti)

di Aldo Tagliaferro

21 Febbraio 2023, 12:05

Pare che questa volta ci siamo davvero. Martedì scorso l’Europarlamento ha confermato che dal 2035 non potranno più essere immatricolate auto con motore endotermico. Per capirci: quelle che nel serbatoio ci mettono la benzina o il gasolio, praticamente tutte.

La necessità di contrastare le emissioni è ovvia da tempo, le COP (ovvero Conference of the Parties) da decenni riuniscono gli Stati dell’Onu intorno a tavoli più o meno utili per arginare l’aumento delle temperature e contrastare le minacce che l’antropocene pone al pianeta. Ma c’è un “però”: quando si intraprendono azioni la cui portata ha conseguenze enormi sulla vita sociale ed economica di migliaia di imprese e milioni di persone le scelte vanno ponderate e condivise. Vanno da un lato ponderate le conseguenze attivando gli ammortizzatori necessari per non schiantarsi, dall’altro occorre condividere i cambiamenti, perché il pianeta è uno e ad agire da soli si unisce al danno la beffa.

Eppure l’Europa, guidata dai «falchi» del Nord e da una temperie culturale massimalista, oseremmo dire giustizialista e sicuramente dogmatica in tema ambientale, ha scelto da sola. E ha considerato in modo scriteriato le conseguenze del caso. Sarebbe interessante vedere quanti europarlamentari si recano al lavoro con l’auto elettrica ad esempio… A proposito, il più classico esempio di ipocrisia ce lo fornisce la Norvegia, Stato extra Ue ma piazzato alle stesse latitudini, che vanta un mercato minuscolo ma con l'80% di auto elettriche. Peccato che la principale fonte di entrate sia il petrolio dei mari del Nord... Complimenti.
Ma torniamo alla Ue: ci sono almeno otto punti critici legati alla scadenza decisa per il 2035. Proviamo a scorrerli rapidamente.

1. Una transizione in tempi che per l'industria sono rapidissimi ha di fatto sancito la scelta dell’elettrico con batterie allo stato solido e la ricarica da colonnina solo perché è disponibile oggi, ma avrebbe avuto molto più senso investire in ricerca e sviluppo a 360 gradi, dalla ricarica induttiva all’idrogeno o perfino al nucleare (oggi improponibile ma mai dire mai) per sfruttare tutte le possibilità. In sintesi: anziché utilizzare il principio di neutralità tecnologica (si fissa un obiettivo e poi si cerca il modo migliore per arrivarci) si è deciso tutto e subito dall'alto. 

2. L’intransigenza di una scelta “zero emissioni” in pochi anni non lascia spazio per percorrere anche vie verdi meno impervie ma assai efficienti, come i biocarburanti o le celle combustibili, per traghettare con più ordine verso un mondo a zero emissioni.

3. Si mette a rischio una delle spine dorsali dell’Economia, una filiera che pesa per oltre il 10% del Pil: sono centinaia di migliaia i posti di lavoro che potrebbero saltare se non si gestisce con intelligenza la conversione non solo degli stabilimenti produttivi, ma di tutta la filiera, fino agli elettrauto, i tassisti, i meccanici ecc. Si smantella un modello di sviluppo e si porta fuori dalla Ue (nella migliore delle ipotesi) ciò che produciamo meglio degli altri.

4. Si mandano in crisi le Case produttrici: da qui al 2035 il mercato dell’auto non sparisce d'incanto e dovrebbe anzi cercare di mantenersi in vita in un contesto asfittico; è evidente che nessuno investirà più in tecnologie tradizionali dovendo invece accollarsi spese enormi di riconversione. Ovviamente il valore dei mezzi tradizionali crollerà siccome non ha un futuro e il mercato si inchioderà perché la spesa più onerosa per una famiglia, dopo l’alloggio, è l’auto.

5. Avere intrapreso questa strada da soli è una risposta parziale alle esigenze del pianeta, perché se Asia e Sud America continuano ad andare a petrolio non andremo lontani ma riusciremo a perdere la supremazia tecnologia attuale rischiando la desertificazione industriale e la beffa delle emissioni che crescono altrove.

6. Dove pensiamo di andare a prendere tutta l’energia che serve per caricare decine di milioni di veicoli elettrici? Basterà l'energia da fonti rinnovabili (oggi assolutamente no) che tra l'altro crea notrevoli problemi al mantenimento della tensione della rete? Siamo seri: in Italia rischiamo il black out quando tutti accendono il condizionatore d’estate, figuriamoci caricando 30 milioni di veicoli.

7. Auto elettrica significa batterie, ovvero metalli nobili e terre rare. Chi detiene il (quasi) monopolio? La Cina, che ringrazia sentitamente, anche perché uno dei settori nei quali era più indietro era proprio quello dei motori tradizionali. Della serie: come azzerare un netto vantaggio competitivo scegliendo invece di utilizzare i materiali che detiene il «nemico».

8. Le infrastrutture sono ancora molto carenti, perfino nei Paesi più avanzati. Servono negli Stati più popolosi del continente circa 3mila colonnine a settimana (tutte le settimane) fino al 2030 per mantenere le promesse…

9. Postilla: per fortuna nel 2025 si dovranno rivedere i termini per calcolare le emissioni: quelle relative al ciclo di vita di un’auto (dalla costruzione allo smaltimento) riducono di molto la forbice tra elettrico ed endotermico. oggi esistono studi che danno risultati a favore dell’uno e dell’altro, ma in entrambi i casi la differenza è minima. Vedremo

Detti, in estrema sintesi, alcuni degli ovvi effetti collaterali della mossa europea, proviamo ad andare oltre: i regali alla Cina sono più che evidenti, ma se scoprissimo che c'è qualcuno economicamente più forte di noi e burocraticamente molto più veloce? Pardon, c’è già: gli Stati Uniti. Le misure adottate dall’amministrazione Biden attraverso l’Ira (Inflation reduction act) che concedono sussidi green hanno un budget colossale che sfiora i 400 mld di dollari, sono più rapide ed efficienti di quelle europee, soprattutto se non decideremo di ricorrere agli Eurobond. Tanto da risuonare come sirene irresistibili: il gruppo svedese Northvolt che fornisce le batterie a Volkswagen e Bmw sarebbe tentato - secondo Automotive News Europe - di passare l’Atlantico per sfruttare gli sgravi fiscali che potrebbero arrivare a 8 miliardi di dollari nel decennio. È così che l’Europa vuole difendere il proprio patrimonio industriale e, in ultima analisi, la qualità della vita e la stabilità sociale?



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