ANALISI
Un anno fa, il 24 febbraio 2022, a sorpresa, le truppe russe entrarono in Ucraina dal confine bielorusso a nord, da quello con la Crimea a sud e da quello russo nell’est e nord-est. Forze aviotrasportate di Mosca attaccarono l’aeroporto Antonov, alle porte di Kiev, con l’obiettivo di farne una testa di ponte per la conquista della capitale. Ma gli ucraini erano preparati a rispondere. A metterli in allarme, oltre alle soffiate dei loro informatori, anche il lavoro di spionaggio elettronico degli Stati Uniti, tra comunicazioni, protette e non, intercettate e foto satellitari. Dopo una feroce battaglia le forze di Mosca riuscirono a conquistare lo scalo, che però era ormai troppo danneggiato per essere utilizzato. Ma si fermarono lì, infierendo sulla popolazione civile che viveva nei sobborghi di Kiev. E alla fine di marzo Mosca annunciò il ritiro delle sue truppe dalla regione della capitale ucraina, sancendo la rinuncia alla conquista di Kiev, mentre i negoziati russo-ucraini sembravano avviati su una buona strada. Ma non andò così. Le truppe di Mosca continuarono la loro offensiva conquistando la città contesa, e martire, di Mariupol. Poi arrivò il contrattacco ucraino, anche grazie all'appoggio in armi e logistica della Nato e delle nazione occidentali.
I russi, che al massimo della loro espansione erano arrivati a controllare il 27% dell’Ucraina, ne occupano oggi tra il 15% e il 20%, dopo essersi dovuti ritirare alla fine dell’estate dalla regione di Kharkiv e poi, a novembre, da parte di quella di Kherson, compreso il capoluogo. Lungo la costa del Mar Nero, ad ovest della Crimea, non si è concretizzata una possibile offensiva per catturare Odessa e poi arrivare alla Transnistria, autoproclamata repubblica indipendente filorussa sul territorio della Moldavia. Uno scenario che per l’Ucraina avrebbe significato il tracollo. Il fronte, invece, si è cristallizzato lungo un migliaio di chilometri ad est della stessa Crimea, nelle province di Kherson e Zaporizhzhia, e poi verso nord, in quelle di Donetsk e Lugansk. Annettendosi ufficialmente questi quattro oblast, Mosca ha occupato l’intera costa del Mar d’Azov, che collega il Donbass con la Crimea. Ma buona parte dei territori di queste province sfuggono ancora al suo controllo. E anche dove i russi sono presenti in forze il controllo del territorio è tutt'altro che scontato, visto che la resistenza ucraina è una spina nel fianco delle truppe occupanti.
Per conquistare le intere province di Donetsk e Lugansk, poi, saranno necessari ancora «tra un anno e mezzo e due anni», ha predetto Yevgeny Prigozhin, capo della milizia privata Wagner che è in prima linea nella battaglia del Donbass. La Russia sembra dunque prepararsi ad un conflitto di lunga durata, ma l'offensiva in corso in queste settimane mostra che non intende rinunciare ai suoi obiettivi. I primi sono le conquiste delle cittadine di Vulhedar e di Bakhmut (Artyomovsk in russo), dopo aver preso il controllo di quella di Soledar.
Per i russi, poi, è vitale consolidare le proprie posizioni lungo il Mar d’Azov spingendosi verso nord, nelle province di Kherson e Zaporizhzhia, per proteggere la Crimea e garantirle le forniture d’acqua, in particolare dalla diga di Kakhovka, che Kiev aveva tagliato alla penisola dopo la sua annessione alla Russia nel 2014. Quindi se Odessa è la linea rossa che Kiev deve difendere ad ogni costo per mantenere l'accesso al Mar Nero, così lo è la Crimea per Mosca, a protezione di un Mar d’Azov trasformato in un lago russo.
I russi sono all'offensiva nell'intero fronte del Donbass e continuano a bombardare le infrastrutture ucraine, in primo luogo quelle energetiche forti della loro supremazia sui cieli, attraverso missili, droni e attacchi aerei. Secondo l'intelligence ucraina e occidentale, poi, Mosca si appresterebbe a scatenare un'ulteriore offensiva anche a Nord, quindi verso Kharkiv e forse di nuovo verso Kiev. Ma questa, per ora, è solo una supposizione. I nuovi sistemi d'arma, promessi da Stati Uniti ed Europa dovrebbero aiutare l'Ucraina a diminuire l'efficacia dei raid arei russi (grazie a sistemi contraerei più efficienti) e a preparare la successiva controffensiva di primavera (i carri armati di nuova generazione, come gli Abrams Usa - che però non saranno subito disponibili - e i Leopard europei). In ogni caso, anche se è essenziale che l'Occidente continui a fornire armi all'Ucraina, resta il fatto che la Russia ha comunque maggiori risorse, in fatto di uomini e di capacità dell'industria bellica, anche se si è dimostrata più debole di quanto previsto considerata la resilienza eccezionale dell'Ucraina. Insomma la Russia è più debole di quanto ci si aspettava, ma non è affatto una «tigre di carta» come affermano, con molta sicumera, alcuni politici e analisti occidentali che scambiano i loro desideri con la realtà.
Prima di tutto bisogna mettere in chiaro una cosa: le sanzioni occidentali alla Russia hanno funzionato fino a un certo punto, mentre l'aiuto militare all'Ucraina è stato fondamentale per permettere a Kiev di spezzare la morsa russa. All’indomani dell’avvio dell’operazione militare in Ucraina, l’economia russa sembrava sull'orlo del baratro, schiacciata da sanzioni occidentali senza precedenti. Dodici mesi dopo è evidente che Mosca è stata colpita ma non è stata messa in ginocchio, né isolata dal mondo, potendo soprattutto contare su un fortissimo incremento dei ricavi da gas e petrolio.
La vita dei russi nelle grandi città sembra immutata e, probabilmente anche per la dura repressione delle autorità, i segni di dissenso rispetto alla guerra di aggressione in Ucraina sono pochi. Quasi inesistenti. Locali e ristoranti frequentati nei fine settimana, piste di pattinaggio affollate, supermercati ben forniti, negozi di grandi marchi stranieri ancora aperti, nonostante le sanzioni, nelle vie dello shopping. Molti russi continuano anche a viaggiare all’estero, per lavoro o turismo.
Questo vuol dire che la via dello strangolamento economico di Mosca non è particolarmente efficace e quella dell'aiuto militare sempre maggiore in quantità e qualità è l'unica percorribile, anche se complessa perché va dosata perché l'escalation rischia di rendere globale - se non lo è già diventato - un conflitto che è regionale. E conflitto globale vuol dire confronto diretto tra due superpotenze nucleari come Russa e Stati Uniti. Insomma stiamo ballando sull'orlo del baratro nella valle di Armageddon. L'escalation controllata è dunque necessaria, ma il sempre maggior coinvolgimento occidentale non è privo di rischi.
L'opinione di Ian Bremmer - fondatore e presidente dell’Eurasia Group e uno degli analisti americani più quotati - è sconsolata: «Al momento non vedo nessuno spazio per negoziati di pace nel breve periodo». «Nell’eventualità- continua Bremmer - che i due eserciti restassero impantanati e fossero veramente esausti, potrebbe essere possibile un cessate il fuoco ma non credo che possa durare. Alla fine Russia e Ucraina vogliono il controllo dello stesso territorio e faranno di tutto per ottenerlo. La guerra andrà avanti in una forma o nell’altra finché Vladimir Putin resterà al potere». Ma è improbabile, sottolinea ancora Bremmer, che Putin venga scalzato dal potere. Inoltre, il rischio che gli ucraini non riescano a prevalere sul campo è alto, per Bremmer: «La Russia è un’economia molto più grande con molta più forza lavoro e una maggiore capacità militare».
Quindi il quadro non è roseo. Ma proprio per questo è fondamentale che l'Occidente continui a sostenere il governo di Kiev, perché è l'unica opzione disponibile che abbiamo. E una pace che implichi una qualunque forma di resa di Kiev e la cessione dei territori occupati verrà vista dalla Russia come un via libera per tentare ulteriori azzardi. Siamo in una situazione in cui non c'è una soluzione magica che permetta di fermare il conflitto. Ma continuare ad aiutare l'Ucraina a difendersi resta comunque essenziale. Anche se la pace non sarà domani. E neppure dopodomani.
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