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Editoriale

La «variante» Covid e la corsa al colle

La «variante»  Covid  e la  corsa al colle

29 Dicembre 2021, 12:43

La pandemia ha sferrato un nuovo imprevisto attacco proprio quando noi italiani vaccinati (2 o 3 dosi) ritenevamo di essere usciti dal tunnel e di essere entrati nella fase finale e liberatoria. I no-vax vedevano nel miglioramento della situazione la conferma delle loro discutibili ragioni. Oggi, la variante Omicron ha cambiato, per l’ennesima volta, i dati del problema. Da noi, come altrove, si registrano decessi di personaggi storici e importanti del movimento no-vax che, dal punto di vista comunicazionale, appare sovrastato (e, francamente, lo è) dalla dura realtà.

Se la gestione dell’emergenza (la cui proroga è stata giorni fa imprudentemente criticata) è prossima al collasso, la responsabilità pesa grandemente proprio sui nemici delle vaccinazioni.
È probabile che il trend dei contagi continui ancora per due o tre settimane. Quindi, il collegio elettorale del Presidente della Repubblica si riunirebbe in un tetro clima di calamità nazionale: lo choc pandemico potrebbe imporre le sue regole, come la violenza criminale fece nel 1992 (assassinio di Giovanni Falcone), e determinare una decisione rapida a partecipazione totalitaria dei votanti (nel 1992, venne eletto a tamburo battente Oscar Luigi Scalfaro).
E questa drammatica necessità potrebbe non favorire la candidatura per il Quirinale di Mario Draghi che, sin qui, ha pilotato la nave con mano sicura e rotta precisa.
La difficile situazione finirà per imporre ai partiti una soluzione immediata: ma se scegliessero Draghi per il Quirinale, dovrebbero avere in mano il nome di un premier capace di raccoglierne il testimone, di formare una maggioranza e di guidare il Paese attraverso la pandemia sino alle elezioni (in turno) del 2023.
Francamente c’è da essere preoccupati, visto che i tre leader più significativi dello schieramento (in ordine alfabetico) Letta, Meloni, Salvini (non inserisco Giuseppe Conte, giacché non ha in mano i 5Stelle, solo una porzione non maggioritaria e ondivaga) sono strettamente legati alle prospettive e alle necessità dei loro partiti più che alle esigenze del Paese.
L’unica via d’uscita dal vicolo cieco nel quale la politica politicante s’è infilata è rappresentata dal rinvio, vecchio rimedio dei mali e delle difficoltà nazionali. Convincere cioè Sergio Mattarella ad accettare la rielezione (ben sapendo che non appena cesseranno le emergenze pandemica e politica potrà riprendere, dimettendosi, la propria libertà) che comporterebbe la permanenza di Mario Draghi alla presidenza del consiglio sino alla fine della legislatura e a nuove elezioni. Questa soluzione avrebbe il gradimento della palude parlamentare costituita dalla stragrande maggioranza degli attuali deputati e senatori, interessati tutti al mantenimento sino alla fine del loro mandato con relative prebende (la probabile alternativa sarebbe: nuovo Presidente, elezioni immediate e tutti a casa).
In questo nuovo scenario, il collegio elettorale sarebbe chiamato ad eleggere il nuovo inquilino del Quirinale nel 2023 (dopo le elezioni e le inevitabili dimissioni di Mattarella) nella nuova ridotta composizione (400 deputati, 200 senatori, oltre ai rappresentanti delle regioni, che assumerebbero un peso relativo ben maggiore dell’attuale) e, legittimato dal mandato appena conferitogli, potrebbe esprimere significative novità.
L’obiezione, valida sino a pochi giorni fa, della volontà di Mattarella di abbandonare il Quirinale sarebbe superata dalla necessità di proseguire l’azione di governo con il collaudato tandem costituitosi con Draghi e dal noto senso di responsabilità dell’interessato che posto di fronte al problema, nelle nuove dimensioni, non potrebbe rifiutare (e non rifiuterà).
Sergio Mattarella e Mario Draghi sono due patrioti: nell’emergenza attuale, se richiesti, non ci deluderanno.
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