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Storie di un altro calcio

Luca Leva, un re degli assist

Luca Leva, un re degli assist

08 Gennaio 2022, 03:01

Chi ha visto Luca Leva in azione negli anni ‘80 e 90’ ed ora segue le vicende del Parma Calcio non ha dubbi: Luca Leva si è “reincarnato” nell’attuale numero 10 crociato, Franco “El Mudo” Vazquez. Una volta stabilite le debite proporzioni, la somiglianza è davvero strabiliante. Fisico imponente e robusto, un sinistro sopraffino, una visione di gioco propria di quelli che «vedono autostrade dove gli altri vedono solo i sentieri» (come diceva il grande Vujadin Boskov), un tiro preciso e potente, una grande capacità di nascondere il pallone e… un “passo” non esattamente da centometrista!

Luca Leva non solo è stato una mezzala di grande qualità in squadre come Sala Baganza, Lesignano, Aurora, Montecchio, San Secondo, Ducale 61, San Leo, ma il suo amore per il calcio lo ha visto protagonista per tanti anni in tutti i tornei estivi della provincia, giocando praticamente ogni sera. Luca ora è un apprezzato allenatore. Fino a poche settimane fa sedeva sulla panchina del Marzolara e molto presto lo rivedremo su qualche importante panchina della nostra provincia.

Quando hai iniziato a giocare a calcio?

«All’età di 10 anni. A Milano, nella Dinamo Rondò, squadra che non dimenticherò mai».

Chi sono stati i tuoi primi “maestri”?

«I primi veri maestri sono stati i ragazzi più grandi con cui giocavo a Milano in cortile. Sono autentiche “lezioni di vita”, dove non solo apprendi il gioco del calcio ma anche e soprattutto il rispetto dei ruoli e come, piano piano, impari a farti valere e a crescere. Senza contare che il cortile con tutti i suoi ostacoli naturali forgia tantissimo la tecnica individuale».

Quando hai capito che avevi qualcosa in più della media?

«Avevo solo tanta passione e non mi stancavo mai di giocare. Mai. Questa credo sia stata l’unica grande mia risorsa. E poi mi sono trovato un piede sinistro…discreto».

Ricordi i tuoi inizi in categoria?

«Iniziai a Lesignano, in Seconda Categoria. Giocammo contro il Lentigione: finì 0-0 e la partita fu tutt’altro che memorabile. Ma per me rimane un ricordo indelebile».

C’è una partita in particolare che è rimasta scolpita nella tua memoria?

«La finale del campionato Under 20, nel 1983, tra Audace, dove giocavo, e Minerva, che venne disputata al Tardini. Vincemmo 3-2 e feci due assist che mi diedero una grande gioia. Ma ricordo soprattutto l’emozione di giocare in uno stadio “vero”. Fu davvero incredibile. Pensai a come sarebbe stato bello giocare in uno stadio e su un prato del genere tutte le domeniche».

Eri un centrocampista forse più propenso agli assist che ai gol. Ci racconti l’assist più bello “servito” in carriera?

«Di gol non ne ho fatti tantissimi ed è vero che mandare in porta un mio compagno mi dava una grande soddisfazione. L’assist più bello in assoluto fu con il San Secondo in una partita a Fornovo. Mi arrivò la palla mentre ero spalle alla porta. Di controbalzo colpii la palla di tacco verso un compagno che si era smarcato in area. Lui calciò la palla “di prima” e la mandò in fondo al sacco. L’azione perfetta, peccato solo che l’arbitro annullò il gol per fuorigioco!».

C’è un compagno di squadra che ricordi con particolare affetto?

«Si, Mike Franchetti. Eravamo amicissimi e giocavamo insieme praticamente in tutti i tornei estivi. E’ venuto a mancare prematuramente alcuni anni fa. Era un ottimo attaccante e una persona speciale».

Chi è stato l’avversario diretto più ostico che hai incontrato?

«Sicuramente Vincenzo Manfredi: in mastino, un osso duro ma che sapeva giocare a calcio. Fui felicissimo quando diventò mio compagno di squadra».

C’è un allenatore che ricordi con particolare affetto e riconoscenza?

«Era il più “pazzo” di tutti, ma era un genio assoluto: Paolo Laurenti. Lo ricordo con grande affetto. Laurenti “insegnava” calcio e metteva la tecnica al primo posto».

La gioia più grande della tua carriera calcistica?

«La vittoria nel campionato di Prima Categoria con il Sala Baganza, stagione 1993-1994. Fu un monologo assoluto: conquistammo la promozione con cinque giornate di anticipo. Eravamo veramente un grande gruppo, dentro e fuori dal campo e questo credo fortemente che a tutti i livelli faccia ancora la differenza».

Tra le varie società per cui hai giocato ce n’è una che ti è rimasta nel cuore? E perché?

«Alla fine la prima squadra è un po’ come il primo amore: non lo dimentichi mai. Per cui dico la Dinamo Rondò, la squadra dove tutto iniziò a Milano».

Hai dei rimpianti?

«Assolutamente nessun rimpianto. Ho vissuto tutto con la massima gioia e sempre con grande entusiasmo. Ho giocato fino alla Promozione e credo che, indipendentemente dalla categoria, ho sempre dato il massimo togliendomi tante belle soddisfazioni».

Luca Leva è oggi un apprezzato allenatore di categoria. Meglio in campo a giocare o in panchina a dirigere?

«Non c’è paragone, molto meglio in campo: ti diverti il doppio e, al di là della delusione per le sconfitte, lo stress non sai neanche cosa sia. Una cosa ben diversa dalla panchina dove con lo stress e la tensione ci convivi».

Avevi un calciatore a cui ti ispiravi?

«Da piccolo ero un fan sfegatato di Evaristo Beccalossi: lo adoravo e cercavo di imitare le sue giocate. In realtà, non avevo molte cose in comune con lui se non quella di colpire il pallone praticamente sempre con il sinistro».

Infine ti chiediamo di compilare la formazione ideale dei calciatori con i quali hai giocato nella tua carriera.

«In un 4-3-3 classico, con allenatore allenatore Paolo Laurenti, in porta Ragionieri. Linea difensiva: Salati-Allodi-Dallatana-Manara. Centrocampo: Catelli-Federici-Bianchi. Attacco: Scita-Magni-Bertolotti».

E Luca Leva?

«Questi erano tutti più forti del sottoscritto…».

© Riproduzione riservata

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