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Al Maggiore 352 positivi: primi segnali di calo

Al Maggiore 352 positivi: primi segnali di calo

di Monica Tiezzi

04 Febbraio 2022, 03:01

Cominciano a calare, sia pure con il contagocce, i ricoverati nel Covid Hospital del padiglione Barbieri, ieri 265. Ma nonostante i primi segnali di miglioramento dei contagi, la dirigente del padiglione Barbieri, Tiziana Meschi, invita a «non pensare che sia finita. Troppi trionfalismi negli ultimi giorni, non bisogna allentare con la prevenzione, è un errore che abbiamo già fatto tre volte», ammonisce.

Complessivamente i pazienti Covid al Maggiore ieri erano 352: oltre ai 265 del Barbieri (suddivisi tra la Medicina interna e di continuità diretta da Tiziana Meschi, la Clinica geriatrica di Marcello Maggio e la Geriatria di Anna Nardelli), 22 in Clinica pneumologica, 28 in Malattie infettive, cinque in Infettivologia pediatrica, cinque in Ostetricia e Ginecologia, pazienti positive con gravidanza a termine ricoverate nel percorso protetto. I pazienti gravi sono 27: 19 in terapia intensiva e otto in subintensiva pneumologica.

I 265 pazienti del Barbieri sono distribuiti sui quattro piani del padiglione, più l'ex clinica pediatrica. Si lavora a letti tutti pieni, spiega la dirigente, contando sulle dimissioni per far fronte ai nuovi ricoveri. Un turnover che conta su circa 2-3 letti disponibili al giorno.

È però vero, come dice Meschi, che «oggi (ieri per chi legge, ndr) è il primo giorno in cui, da un mese, ci è sembrato di respirare. Ci sono, rispetto agli ultimi 15 giorni, 5-6 pazienti in meno». Varia l'età dei malati (da 24 a 101 anni) equamente distribuiti fra vaccinati e non vaccinati. In questi ultimi però, spiega Meschi, le polmoniti interstiziali sono particolarmente gravi, «con un tasso di occupazione del virus nell'organo che va dal 10% al 70%, percentuale quest'ultima che prelude alla terapia intensiva».

Proprio nella terapia intensiva diretta da Sandra Rossi ieri erano ricoverati 19 pazienti (dato aggiornato rispetto al bollettino regionale), «di cui sei in reparto per cure intensive per altre patologie, risultati con tampone positivo», dice Rossi

I restanti, aggiunge Rossi, sono quasi tutti non vaccinati, età media 60 anni. «Pazienti con i quali i rapporti sono un po' difficili, per scarsa fiducia e preconcetti su medici e terapie, e a volte anche per un aperto scetticismo sulla reale esistenza della malattia - dice Rossi - Occorre molto tempo per guadagnarsi la fiducia di questi pazienti e delle loro famiglie, che spesso condividono la scelta della mancata vaccinazione. Alla fine però quasi sempre si riesce a trovare la quadra e garantire a tutti le cure più appropriate ed efficaci». 

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