Tribunale
Dall'auto la donna scese di propria volontà. E di propria volontà seguì in un'area verde lungo via Langhirano quel giovane nigeriano saltuario frequentatore del bar nel quale lei, quarantenne, lavorava. Si erano incrociati per caso in una rotonda su via Langhirano e avevano deciso di non fermarsi al classico frettoloso saluto. Era da poco trascorsa la mezzanotte di un torrido giorno di fine agosto del 2015: a quell'ora si respirava meglio anche in città, e poteva essere piacevole fare quattro passi e qualche chiacchiera dopo una giornata trascorsa a un banco. Lui, allora 26enne, appoggiò la bici, lei parcheggiò: e insieme s'inoltrarono nella penombra.
Non ci furono problemi, fino a quando all'improvviso il giovane con uno scatto non la prese tra le braccia, la sollevò e la portò su una panchina. A quel punto, le intenzioni dei due non parvero più così in sintonia come fino a pochi minuti prima. Forse la donna prese paura di fronte a tanta irruenza, forse per lei quella doveva essere solo la passeggiata dedicata a una sigaretta in compagnia e non voleva accadesse nient'altro. O forse aveva solo cambiato idea, ammesso l'avesse mai avuto: ne avrebbe avuto tutto il diritto, in qualsiasi momento. E l'altro avrebbe avuto il dovere di fermarsi. Ma non andò così. La donna gridò, fin da subito, mentre cercava di divincolarsi. Provò in tutti i modi a sgusciare da quella stretta. Ma l'altro proseguì con le «carezze», sempre più aggressive e sgradite. Per una ventina di minuti lei rimase in balia dell'energumeno.
Fu con uno stratagemma che la donna riuscì finalmente a fermare l'altro. «Possiamo vederci con tutta calma domani: questo non è il luogo adatto» gli disse. Il giovane parve calmarsi a quel punto e allentò la presa. Lei si ricompose e s'avviò verso l'auto, seguita dal 26enne dal quale non sapeva che cosa attendersi. Fino a che non chiuse la portiere dell'auto non fu tranquilla. Il giorno dopo lui, puntuale, chiamò. Ma lei aveva già denunciato la violenza sessuale ai carabinieri. A distanza di quasi sette anni da quella notte, ieri si è concluso il processo di primo grado davanti al collegio presieduto da Paola Artusi.
Il pm Andrea Bianchi ha ribadito punto su punto quanto sia stato credibile il racconto della parte offesa, chiedendo una condanna a 3 anni e mezzo di reclusione. L'avvocato Domenico Patete, difensore d'ufficio, ha chiesto l'assoluzione o che per il verdetto si «valutassero le differenze culturali e l'ambiguità della situazione». Le attenuanti generiche riconosciute dal collegio hanno permesso alla difesa di ottenere uno «sconto» di due mesi rispetto alla pena richiesta da Bianchi. L'imputato è stato condannato a tre anni e 4 mesi di reclusione e al pagamento delle spese processuali. Ora si tratta di rintracciarlo. È chissà dove: senza fissa dimora, non si è mai presentato in aula. Nemmeno il suo avvocato lo ha mai incontrato.
Roberto Longoni
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