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In via D'Azeglio

I 90 anni di Marco Borghini: «Io che ho vissuto la guerra, ospito 7 bimbi ucraini e le mamme»

I 90 anni di Marco Borghini: «Io che ho vissuto la guerra, ospito 7 bimbi ucraini e le mamme»

18 Marzo 2022, 03:01

«A novant'anni sono diventato nonno». Una famiglia allargata quella di Marco Borghini, storico personaggio di Parma e già titolare della «Casa dello sport» di via D'Azeglio dal 1961 al 1990: un vero tempio, custodito nella memoria dei giovani di allora.

E proprio lì al numero 78, nella sua bella residenza del Settecento, tra fiori e quadri a olio, Borghini ha ospitato sette bambini ucraini: Roman 10 anni, Cristina 5, Sofia 17, Melania 2, Anastasia 6, Volodia 7 e Vitalik 13. Più le madri, Valentina e due Maria: tutti fuggiti dai bombardamenti di Leopoli.

L'altra faccia della guerra. Quella che guarda alla solidarietà vera, che non conosce confini e che sorride all'accoglienza. Uno spirito che Borghini conosce bene, «visto che la guerra l'ho vissuta anch'io da ragazzo, proprio qui in via D'Azeglio - racconta - quando ci nascondevamo nelle cantine».

Quel suono delle sirene che rimbomba ieri come oggi: «Questi sette bambini - continua Borghini - sono arrivati grazie alla nonna Natalia, che da 11 anni lavora a casa mia come badante». E Natalia là a Leopoli ha i figli, Sergio e Vitalik, i papà di questi bambini, ora chiamati alle armi: «Preghiamo sempre, perché questa guerra possa finire - dice Natalia -. Non ci aspettavamo una disgrazia del genere».

Tra i suoi nipoti e le nuore c'è chi ha attraversato a piedi il confine con la Polonia e poi il pullman fino a Milano al Piccolo Cottolengo, «grazie alla chiesa e ai preti», sottolinea ancora Natalia. Così Borghini ha affittato un pulmino per recuperare a Milano i piccoli e le loro mamme: «Siamo scappate perché i bambini non facevano che piangere tutto il tempo - spiegano quelle giovani madri, belle ma con lo sguardo ferito -. Eravamo costretti ad essere sempre pronti per rifugiarci nei sotterranei e non potevamo più mettere ai bambini il pigiamino alla sera: tutti a dormire vestiti. I nostri figli avevano una grande paura delle sirene, che se chiudiamo gli occhi suonano ancora in continuazione. Così abbiamo messo due pantaloni e un maglione in uno zainetto e siamo saliti sul primo pullman». Nemmeno un gioco sono riusciti a salvare, soltanto un libro di scuola. Che per loro ora conta tanto: «Le loro maestre ogni mattina da dove si trovano fanno lezione online e per i nostri bambini è l'unico momento di normalità, dopo che le scuole hanno dovuto chiudere le porte e i bambini sono rimasti chiusi in casa».

Didattica a chilometri e chilometri di distanza verso l'Italia, l'Ungheria e la Polonia, perché questi figli della guerra non si sentano soli e in qualche modo respirino ancora l'atmosfera della classe. È inimmaginabile cosa possano pensare o sognare: loro diventati adulti nell'arco di una notte, sotto quelle bombe cadute a pochi metri, quando è stato distrutto un complesso militare che si trova proprio a fianco della loro cameretta, a Leopoli.

E anche ora che sono al sicuro a Parma, le paure non sono finite: «Mi manca il papà», sussurra Volodia, mentre scarta un pacchetto di figurine di Harry Potter. E la bella Sofia, che con le cuffiette segue una lezione della scuola di Design, aggiunge: «A tutti noi manca la nostra casa».

È la guerra che uccide, che divide le famiglie e allontana gli amici. È la guerra che mai nessuno pensava di vedere dietro l'angolo.

Poi, nel cortile di via D'Azeglio, arriva un barattolo di lecca lecca. E i sorrisi si sommano: «Ora i bambini sono più tranquilli - ricorda Natalia -. Adorano andare al Parco Ducale per dare da mangiare agli animali del laghetto».

La Parma che accoglie, nel calore della tradizione di un quartiere, quello dell'Oltretorrente, da sempre vicino a chi ha bisogno.

Tant'è che tra un piatto di gnocchi ucraini e un wurstel, arriva una teglia di pizza offerta da Daniele, quello del «Profeta». Allora sì che sembra un compleanno: quasi un film in bianco e nero che a tratti passa al colore. E lo capisci da quei piccoli occhi che improvvisamente si riempiono d'infanzia.

«Sono molto contento di ospitare tutti questi bambini - confessa Marco Borghini -. nel 2018 ero andato in Ucraina a Leopoli e li avevo conosciuti. E quando si è scatenato l'inferno con Natalia abbiamo detto: "È ora, dobbiamo andarli a prendere". Così abbiamo comprato i lettini, i cuscini, le le lenzuola e tutto quello che poteva servire. Qui da me hanno tutta la libertà che vogliono: sono indipendenti. E quando siamo insieme sono più felice io di loro: il mio cortile si trasforma nel cortile di una scuola. Anche perché mi piange il cuore a pensare a tutti quei bombardamenti, su una città come Leopoli così bella e antica, con quei palazzi importanti, il teatro e i boschi. Mi fa male e il rischio che venga distrutta è enorme. Poi - si ferma un attimo Borghini - ripenso alla nostra guerra, a quando hanno bombardato il Palazzo Ducale, a quando si andava nei negozi di alimentari di via D'Azeglio a prendere il poco cibo con la tessera. A quando ci nascondevamo nelle cantine e a Mariano, dove poi siamo stati sfollati in un vecchio mulino, dove viveva una zia. Per cui, so bene cosa sta passando il popolo ucraino. Questa guerra - conclude Borghini - rappresenta la crisi del mondo. Un modo che non è più generoso, che dimentica gli errori della storia. E anche se troveranno una soluzione, questo mondo farà fatica a rimanere unito. La stessa Europa non la è».

C'è la speranza e la preghiera, come ripete Natalia, che pensa ai figli lontani: «A turno sono costretti a prendere i fucili».

Una famiglia separata dal fuoco che incendia la terra e brucia ogni cosa. Una famiglia del popolo ucraino che come tante aspetta di riabbracciarsi. Quell'unione che, come ha detto Borghini, sembra oggi così distante. Inafferrabile. Meno male che per questi sette bambini c'è un «nonno» con un cortile tutto per loro, sotto un cielo che si illumina solo di stelle.

Mara Varoli

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