INTERVISTA
Una città che riesce a conciliare i vantaggi della vita provinciale - «si vede che qui si sta bene e si vive bene» - con l’apertura al futuro, l’innovazione e lo spirito imprenditoriale che ne fanno un’eccellenza a livello nazionale ed europeo, insomma «una città che fa sistema». È quasi una dichiarazione d’amore per la nostra «petite capitale» quella dell’ambasciatore francese in Italia, Christian Masset, in visita a Parma e che ha accettato di essere intervistato dalla «Gazzetta». Una visita nel segno dei Farnese, visto che l’occasione è stata l’apertura della mostra alla Pilotta e i Farnese legano, in modo evidente, l’ambasciata di Francia – che a Roma si trova nello stupendo Palazzo Farnese – e la «Gazzetta», tenuto conto che lo stemma araldico nella testata del nostro giornale è, appunto quello dei Farnese, dopo la scoperta che il primo numero del giornale risale al 1728. La conversazione ha spaziato dai temi della politica internazionale, all’economia, alla cultura e al nostro territorio.
Signor ambasciatore, la Francia, che ha la presidenza di turno dell’Unione europea, grazie l’operato del presidente Emmanuel Macron si sta spendendo per trovare uno sbocco diplomatico alla guerra in Ucraina, anche tenendo aperto un canale diretto con Vladimir Putin. Quali sono le difficoltà e le opportunità di questo difficile percorso?
«Questa è una guerra non provocata e non giustificabile. I combattimenti si estendono all’intero territorio dell’Ucraina, facendo molte vittime civili, quindi è una grande tragedia. Il presidente Macron, come presidente di turno dell’Unione europea, spinge per il cessate il fuoco e l’apertura di un vero negoziato. Vogliamo, come Francia e Ue, promuovere la pace. Per questo Macron mantiene un canale di dialogo con Putin, in accordo con i principali partner europei e mondiali. È un impegno molto forte, ma Putin ha una posizione molto rigida, non sembra disposto a entrare in un vero negoziato. Quindi bisogna spingere ulteriormente. Quindi lavoriamo su tre piani. Per prima cosa dobbiamo aumentare il costo di questa aggressione per la Russia. Questo vuol dire sanzioni e isolamento diplomatico, come dimostra la risoluzione delle Nazioni Unite nella quale ben 141 Paesi ha votato contro la Russia e solo 9 la hanno appoggiata. Poi dobbiamo aiutare l’Ucraina in diversi modi. Prima di tutto inviando armi per la difesa, ma anche aiutando i profughi che stanno lasciando il Paese e fornendo assistenza finanziaria perché il Paese possa reggere. Il terzo elemento è ovviamente quello aprire uno spazio di dialogo che conduca a un negoziato vero e proprio. Noi instancabilmente continueremo a sforzarci con i nostri alleati per raggiungere gli obiettivi che ho appena elencato. Vogliamo dare una “chance à la paix” come diciamo in francese, una chance alla pace».
Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky continua a chiedere una no-fly zone imposta dalla Nato per proteggere il suo Paese dall’invasione russa, nuove sanzioni e l’adesione in tempi brevi all’Unione europea. L’altro giorno al Bundestag ha parlato di un muro che si sta ricostruendo in Europa per evidenziare la scarsa reattività della Ue e della Nato. Può spiegare ai nostri lettori perché la prima ipotesi è molto improbabile e se si può fare di più per le altre due?
«Tra gli alleati della Nato e dell’Unione europeo c’è un elemento molto chiaro: non si tratta di fare la guerra alla Russia, ma di fermare un’aggressione della Russia. Stabilire una no-fly zone porterebbe l’Europa, la Nato e il mondo in un’altra dimensione. Vogliamo aumentare il costo dell’invasione per la Russia e cercare di dissuaderla dal proseguire ulteriormente questa strategia. L’obiettivo è il negoziato e le sanzioni sono l’arma più adatta. Siamo già al quarto pacchetto e stanno avendo un effetto molto forte sull’economia russa. Mosca è sempre più isolata. La richiesta dell’Ucraina di adesione al destino europeo è comprensibile e la resistenza del popolo ucraino dimostra la condivisione dei nostri valori fondamentali, come la libertà e la democrazia. Ma il processo di adesione ha tempi lunghi ed è complesso. La domanda dell’Ucraina è stata accolta dal Consiglio dei ministri europei. Ora la Commissione deve dare un parere. Il processo è stato avviato, ma il percorso è lungo. Però al Vertice di Versailles si è parlato di “famiglia europea” cioè dell’idea di stringere più avanti i legami tra la Ue e l’Ucraina in altri modi».
I prezzi delle materie prime energetiche stanno mettendo sotto stress alcune economie europee, tra cui quella italiana. L’ipotesi di imporre un meccanismo di «price cap» per fermare almeno la speculazione finanziaria è una soluzione caldeggiata dall’Italia e dal lato mediterraneo della Ue (Spagna, Portogallo e Grecia). Ma altri paesi si oppongono, per esempio l’Olanda. Qual è la posizione della Francia?
«La posizione della Francia è quella di spingere per una vera sovranità europea per ridurre le nostre reciproche dipendenze. Questo è il senso del vertice di Versailles che ha raggiunto tre obiettivi forti. Il primo è quello di aumentare la capacità di difesa dell’Europa, il secondo è quello di ridurre la dipendenza energetica e il terzo è quello di far crescere le capacità tecnologiche europee. La questione energetica è centrale. Abbiamo posizioni diverse, mix di produzione energetica diversi, ma la sfida è la stessa. Le risposte però saranno un insieme di misure che porterà a ridurre la dipendenza da gas e petrolio, quindi ad accelerare la transizione ecologica. Bisognerà anche rivedere la formazione dei prezzi dell’elettricità perché l’attuale tendenza sta portando molta inflazione. Infine, bisognerà diversificare le fonti di approvvigionamento e rendere comuni gli acquisti per avere più forza contrattuale. Poi sviluppare fonti di energia alternative, come l’idrogeno per il quale c’è una grande cooperazione tra Italia e Francia».
Parlando di economia, Parma è uno dei territori in cui le imprese francesi hanno investito di più, intervenendo in prima persona con gruppi di primo piano come Crédit Agricole che ha acquistato la Cassa di risparmio di Parma e il gruppo Lactalis che ora possiede Parmalat. Al di là di qualche incomprensione iniziale il percorso impostato dalle nuove proprietà francesi è stato molto proficuo per il nostro territorio. Non sempre, però, vale la reciprocità, per le imprese italiane che acquisiscono – o tentano di acquisire – gruppi francesi. Come può evolvere questo rapporto?
«Le imprese francesi, quando investono in Italia, cercano di creare il massimo valore per il territorio, proprio come le imprese italiane, perché questo è anche il loro interesse e penso che questo si sia visto anche a Parma. Poi in Francia – un paese molto aperto agli investimenti, ancora più dell’Italia come stock di quelli stranieri – è in atto un ribilanciamento. La Francia attrae molti investimenti esteri e vuole farlo. L’Italia è tra il terzo e il sesto – dipende dagli anni – Paese per origine degli investimenti. Ci sono più di 2.000 imprese italiane che hanno investito in Francia e che impiegano più di 100.000 persone. Tra l’altro c’è stata un’accelerazione. Nel 2021 più di 100 progetti sono stati avviati con migliaia di posti di lavoro creati. Stellantis, Generali, Prismyan, tutti hanno grandi investimenti in Francia. Ci sono anche investitori parmigiani, come Barilla, leader dei prodotti a base di cereali, e anche Chiesi nel settore farmaceutico. Andare in Francia aiuta le imprese italiane a raggiungere una dimensione critica per ulteriori traguardi».
Parliamo un po’ di cultura, visto che è stata inaugurata la mostra sui Farnese. Una trama di arte e bellezza accomuna i nostri due Paesi. Ma questo destino culturale comune si sta sfarinando a causa dell’egemonia della sfera culturale anglosassone. Cosa si può fare per preservare questo legame così stretto? Per esempio, l’altro ieri il presidente Macron ha parlato della creazione di un «metaverso europeo», ma come si sostanziano queste suggestioni?
«Innanzitutto, complimenti per questa straordinaria mostra sui Farnese. Simone Verde, il direttore, ha fatto un grandissimo lavoro. È bellissima, di una ricchezza incredibile, insomma è una mostra “qui fera l’histoire”, che farà storia, che richiama l’importanza della famiglia Farnese nella sua visione globale della cultura e che ha reso Parma protagonista della storia europea. È un momento emozionante perché vivendo e lavorando a Palazzo Farnese – che per un periodo è stato la rappresentanza del Ducato di Parma a Roma – ho davanti agli occhi tutti i giorni oggetti che rimandano a Parma. Quindi per me Parma è molto famigliare grazie al tramite dei Farnese. Per quel che riguarda la cultura io relativizzerei l’egemonia della cultura anglosassone. L’inglese è una lingua franca, ma c’è un vero desiderio di diversità culturale. Per esempio, consideriamo gli scambi culturali tra Italia e Francia. Per le traduzioni dei libri in italiano la Francia è seconda. In Francia, per quel che riguarda la narrativa, l’italiano è la prima lingua per traduzioni. L’Italia è il mercato più importante – dopo quello domestico – per il cinema francese. Siamo i due paesi dove è più sviluppata la coproduzione cinematografica. Anche nel campo scolastico c’è una cooperazione molto forte, per esempio nella creazione di classi Esabac, cioè licei che hanno sezioni francesi (a Parma, per esempio, il Liceo Marconi, ndr). Ce ne sono più di 300 in Italia. Nel trattato del Quirinale – firmato il 26 novembre e che sancisce l’amicizia tra i nostri due Paesi – c’è una parte culturale molto importante, soprattutto per la mobilità dei giovani con la creazione di un servizio civile italo-francese che coinvolgerà 1.000 giovani nel 2022. Stiamo anche organizzando un “grand tour” di artisti che ha un potenziale molto forte. C’è, insomma, una spinta alla diversità e agli scambi culturali a livello europeo. Per quel che riguarda il metaverso, noi abbiamo il patrimonio culturale, ma non siamo riusciti a fare sistema, almeno allo stesso livello delle grandi piattaforme statunitensi. Ma questo non vuol dire che non ne abbiamo la possibilità: ci sono i talenti e le capacità di finanziamento, ma dobbiamo fare sistema per raggiungere il mondo intero».
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