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Noceto: Gioia, la contadina in erba che vince la Polinesia

Noceto: Gioia, la contadina in erba che vince la Polinesia

02 Aprile 2022, 03:01

Noceto Svegliarsi all’alba, occuparsi degli animali, spalare letame, zappare la terra, curare l’orto, cucinare, oppure fare pascolare le capre e le pecore: insomma fare tutto ciò che serve per mandare avanti, in modo autonomo e responsabile, una fattoria. Questa l’esperienza vissuta, per un mese, dalla giovanissima nocetana Gioia Krasniqi con la partecipazione al docu-reality «Wild Teens-contadini in erba», andato in onda nelle settimane passate sul canale Nove.

Diciassette anni, studentessa all’ultimo anno del liceo scientifico sportivo Attilio Bertolucci, percorso quadriennale, Gioia ha vissuto l'avventura con altri 13 ragazzi e ragazze tra i 14 e i 17 anni, lontani dai social, da casa, dalle comodità, dalle serate con gli amici, e soprattutto dallo smartphone, ed è risultata tra i sei concorrenti che hanno superato la sfida.

Sportiva, solare, un «maschiaccio» come lei stessa si definisce, Gioia è arrivata al reality quasi casualmente «Ho sempre guardato programmi di questo genere - spiega - e mi sono sempre piaciuti, e quando ho visto i casting per questo programma mi sono detta: perché no? Ho mandato la mia candidatura, con la consapevolezza che in realtà non sarei mai stata presa. E invece...».

Il suo modo di essere, attiva ed esuberante, ha aiutato a superare la convivenza forzata e le fatiche. «Il mio modo di fare e soprattutto di essere - conferma - mi è stato d’aiuto sia nell’approccio con i miei coetanei che nei lavori quotidiani che ci venivano assegnati. Sono una ragazza molto estroversa e solare, e ciò mi ha aiutato a stringere buoni rapporti con tutti sin dall’inizio, rapporti che in alcuni casi si sono anche consolidati».

«Di difficoltà vere e proprie, fortunatamente, durante il mio percorso non ne ho incontrate - racconta -; più che altro, prendo come per esempio il giorno in cui siamo andati alle risaie, sono state giornate faticose. A parer mio, è stata la più faticosa. Sotto il sole cocente, a lavorare, con tutti gli insetti che ti morsicavano e ti gironzolavano intorno. La cosa che mi ha destabilizzato di più - continua - è che questa attività era stata assegnata uno dei primi giorni e quindi eravamo sotto shock all’idea di passare lunghe settimane con lavori del genere. Mi ha aiutato la mia tenacia, e anche un pizzico di competitività, che mi ha fatto conquistare l'ambito premio: il viaggio in Indonesia».

«Ad alcune delle attività - sottolinea - ero abituata fin da bambina, come pulire o cucinare: per questo percorso, ringrazio i miei genitori per avermi insegnato a fare molte cose, perché è anche grazie a loro che non ho avuto tante difficoltà come certi miei compagni».

Le tecnologie non le sono mancate. «Stare disconnessi - afferma la studentessa - è stata una delle cose più belle. Si poteva contare solo sulla natura, il lavoro e la parte più fondamentale per me, i compagni. Sono proprio stata bene senza telefono, computer e, in generale, tutti quegli aggeggi che oramai offuscano la realtà, proponendo prototipi da seguire».

«In noi ragazzi c’è stato proprio un cambiamento visibile. Eravamo arrivati tutti un po’ con la testa per aria e con l’idea che non si sarebbe lavorato tanto, e invece è stato il contrario. Oltre ad essere messi alla prova con le attività, eravamo costantemente messi alla prova con il nostro carattere e le nostre emozioni, che poi sono ciò che ci caratterizza senza che c’è ne rendiamo conto. Gli adulti - prosegue Gioia - pensano che la nostra generazione, la cosiddetta “generazione Z”, sia composta da fannulloni, senza speranze, caduti in un baratro chiamato telefono. A par mio si sbagliano, perché associano un filo d’erba ad un fascio. Di certo, le pecore nere ci sono, e ci saranno, oggi come ai loro tempi, però sul resto si sbagliano. Siamo ragazzi speranzosi che cercano di trovare la via giusta: c’è chi ci riesce prima e chi un po’ dopo, ma l’importante è riuscirci. Certe volte ci mancano gli stimoli giusti, ma dobbiamo aiutarci a vicenda, per accendere quella piccola miccia dà vita alla grande fiamma che c’è in noi».

Do.C.

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