VIOLENZA
Proibito scambiare messaggi con un altro uomo. Almeno secondo il codice di comportamento che lui intendeva imporre. Così, quando aveva scoperto sul telefonino della compagna alcuni sms con uno sconosciuto, non si era limitato a mostrarsi infastidito, ma era passato alle maniere forti: prima le minacce (di morte), poi calci e pugni. E il giorno dopo le aveva anche messo le mani al collo. Accusato di lesioni aggravate e minaccia, l'uomo - 53enne, originario di Torino, ma da tempo residente a Parma - ieri è stato condannato a 9 mesi dal giudice Paola Artusi. Un mese in più rispetto alla richiesta del pm Antonella Destefano. E una pena non sospesa, considerato il suo passato non proprio cristallino.
Eppure, lui e Cristina (la chiameremo così) avevano già fatto un bel pezzo di strada insieme: una relazione lunga tredici anni e due figli. Forse qualche conflitto c'era già stato, ma quella mattina del 14 maggio 2019 la reazione di lui l'aveva sorpresa e terrorizzata. Come ogni giorno, aveva accompagnato un figlio a scuola e l'altro alla materna, ma appena rientrata a casa si era accorta che il compagno era particolarmente nervoso: si alzava e si risedeva freneticamente, bofonchiava, finché le si era avvicinato. Rinfacciandole tutto ciò che aveva rimuginato in quell'oretta mentre lei era fuori casa: «T... a, non mi aspettavo che fossi così, non è così che si comporta una madre di famiglia». I messaggi con un altro uomo l'avevano sconcertato.
L'amarezza era durata pochi istanti, tuttavia. Perché poi si era scagliato contro la compagna. Che subito dopo era dovuta andare a farsi medicare.
Non c'era più spazio per lui in quella casa: Cristina l'aveva deciso non appena aveva sentito addosso le sue mani. Ma per tutto il pomeriggio lui l'aveva subissata di messaggi chiedendole di poter restare nell'appartamento giusto il tempo di poter trovare una sistemazione. E lei aveva ceduto. Aveva pensato al passato, ai tredici anni insieme e si era lasciata convincere.
Una serata trascorsa in silenzio. Sotto lo stesso tetto, ma divisi dall'abisso che era stato scavato poche ore prima. Il giorno dopo, però, appena i bambini erano andati a dormire, lui aveva ricominciato a minacciarla: «Ti ammazzo», le urlava. Poi il copione del giorno prima: pugni e calci. Fino ad arrivare a metterle le mani attorno al collo. Un'esplosione di violenza che aveva svegliato anche i figli. Cristina era riuscita a divincolarsi, aveva vestito in tutta fretta i bambini e si era infilata in macchina. Si era precipitata a casa del padre, ma lui aveva continuato a inviarle messaggi imploranti. Cercava di farla sentire in colpa: «Se non torniamo insieme, mi ammazzo», le scriveva. E per un paio di giorni, tenendo conto del desiderio dei bambini, Cristina aveva accettato di rivederlo. Ma poi aveva scelto di non avere paura e l'aveva denunciato.
© Riproduzione riservata
Gazzetta di Parma Srl - P.I. 02361510346 - Codice SDI: M5UXCR1
© Gazzetta di Parma - Riproduzione riservata