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C'era una volta

Matteo e Nicola, i santi delle feste di settembre

Matteo e Nicola, i santi delle feste di settembre

19 Settembre 2022, 03:01

Settembre, è un mese magico per la montagna che inizia a sfoggiare i caldi colori autunnali che vanno dal verde scuro, al giallo, al dorato, al rosso porpora. Una tavolozza dalla quale il Creatore estrae quelle tinte che in ogni stagione ci affascinano e continuano a stupirci. Per buona parte del nostro appennino ed in modo particolare per le valli del Parma, dell’Enza, del Cedra, del Bratica, del Bardea e del Parmossa, il 21 settembre, rappresenta una data di un’importanza che, non sbaglieremmo, definire sacra. Una sacralità che, in questo caso specifico, pervade ancora quei giovani (davvero numerosi) che, fortunatamente, intendono mantenere vive le tradizioni dei loro padri. Infatti, un montanaro di queste valli o chi, anche se con lombi cittadini, si è accostato negli anni alla cultura montanara, non può non salire sul Monte Caio per festeggiare San Matteo.

E, se per i fungaioli, da San Matteo in avanti, esplode la stagione dei porcini, anche la castagna, la «regina dei boschi», dice la sua come recita un antico proverbio: «per San Mattè la castagna press’ al pè» (per San Matteo la castagna è matura e, cadendo dalla pianta, lambisce il piede di chi la raccoglie). Ed, allora, in occasione della ricorrenza di San Matteo, anche quest’anno, si rinnoverà l’antica tradizione dinanzi a quell’eremo appollaiato sul Monte Caio in una postazione panoramica fiabesca dalla quale è transitata la storia nobile ed umile di queste valli.

Addirittura, c’è chi preferisce partire nel pomeriggio del 20 settembre accampandosi in prossimità dell’eremo trascorrendo la notte, tempo permettendolo, in tenda, per essere già sul posto il mattino seguente. La tradizione vuole che, chi trascorre la notte della vigilia di San Matteo all’addiaccio, contempli il magico cielo stellato della Val Cedra senza rinunciare ai piaceri della vita offerti, in quella notte, da mai contate bottiglie di vino e cibarie varie tra le quali non può certo mancare la frittata montanara. «La festa di San Matteo - cosi la descrive l’etnologo Enrico Dall’Olio - è una leggiadra comparsa di fine stagione della montagna prima di licenziare definitivamente dai pascoli le ultime greggi intente a spigolare i pochi fili d’erba superstiti». Chi partecipa alla scalata, un tempo effettuata rigorosamente a piedi o a dorso di mulo, in seguito anche a bordo di moto attrezzate o jeep, il cui frastuono non depone certo a favore del silenzio che dovrebbe avvolgere la vallata, è gente di ogni età e di ogni ceto sociale. Ci sono persone dei paesini limitrofi ma anche tanti «strajè» nativi di queste valli ma residenti in città, in altre regioni se non addirittura all’estero che non mancano mai a questo appuntamento alpestre.

Oltre agli immancabili alpini (guai se non ci fossero!) ha tradizionalmente presenziato alla festa anche una massiccia rappresentanza di cacciatori con i loro fucili a tracolla. Un modo come un altro per scortare con gli alpini la statua del Santo durante la processione. Un simpatico accenno alle «osterie volanti» sparse nella vallata, in occasione della ricorrenza di San Matteo, lo fa sempre Dall’Olio. «Infatti nelle osterie volanti - sottolinea l’indimenticato studioso - imbastite di frasche e teloni si cucina alla casalinga, si affetta buon salame e si beve vino sincero».

Immancabili, nel menù, i tortelli montanari (per la precisione palanzanesi) con ripieno a base di patate, erbette ed ortica conditi con burro e «parmigiano d’altura» creati con il latte purissimo dell’Azienda Agricola Barili di Trevignano posizionata alle pendici del Caio la cui anima organizzativa è il palanzanese doc Angelo Berini. Cristoforo Della Torre, nel 1564, descriveva così il «Priorato di San Matteo del Caio»: «un luogo alpestre e selvaggio, ivi viene celebrata soltanto la festa di San Matteo. Si suole falciare i prati nei mesi di luglio e agosto. Ivi vi è una fonte di squisita freschezza e ci troverai la neve nel mese di maggio». Sempre il cinquecentesco cronista aggiunge: «nella sommità di questo monte (Caio, ndr.) esiste una pianura bellissima che produce fieno».

Una festa che ospitò, nel tempo, illustri personaggi: dal patriarca dell’appennino apuano parmense Giuseppe Micheli, a Maria Amalia, consorte di Ferdinando, duca di Parma la quale, nel 1772, partecipò alla festa di San Matteo salendo dal versante cornigliese.

Una cronaca manoscritta custodita nell’archivio parrocchiale di Vestana descrive puntualmente l’itinerario di Maria Amalia tessendo questo elogio: «la principessa suscitò vera ammirazione tra coloro che ebbero fortuna di conoscerla nella circostanza per il coraggio da essa dimostrato e per la molta pietà cristiana». Un altro illustre partecipante alla solennità di San Matteo, nel 1854, fu il vescovo di Parma Felice Cantimorri con il suo copioso seguito.

Ovviamente, una festività così sentita e così antica che ha come scenario un luogo così antico ed arcano, non poteva non celare delle leggende come quella del famoso temporale che impedì il trasporto della statua del Santo nella chiesa di Trevignano.

Un'altra leggenda narra che alcuni frati malandrini, dopo aver beneficiato dell’ospitalità dell’eremo, lo saccheggiarono. Fecero la loro sinistra parte anche dei pastori sacrileghi che trasformarono la chiesetta in stalla per i loro armenti. Un conseguente diluvio si riversò sui quegli sventurati. Un diluvio tradizionalmente temuto dagli anziani nel dubbio che il Cielo ancora non si fosse placato. Un altro appuntamento settembrino molto sentito dai valligiani della Val Parma è quello che si rinnova negli anni ad Agna in concomitanza con la ricorrenza di San Nicola il 10 settembre. Grande festa nella locale chiesa ma anche nelle case dove le «rezdore» portano in tavola gli anolini montanari in brodo robusto di «anziane» galline dei locali pollai, lessi e, come dolce, la tradizionale torta fatta con i «garì» (gherigli) di noce che non doveva mai mancare in tutte le tavole.

Altra tradizione di questa festa popolare sono i famosi «Panini di San Nicola» fatti dalle massaie del posto con il grano della loro terra e cotti nei forni di casa. I panini, un tempo, venivano benedetti e distribuiti alla gente che li conservava religiosamente per somministrare agli ammalati. Un tempo, la processione di San Nicola ad Agna, si concludeva sotto il pero secolare chiamato, appunto, «al pér äd San Nicola» perché maturava i suoi copiosi e squisiti frutti proprio in concomitanza con la festa del Santo.

San Nicola era festeggiato anche a Parma. Infatti, nel XVIII secolo, nella chiesa di San Luca degli Eremitani, ubicata nell’attuale via Padre Onorio, il cronista riporta «che nella chiesa si dispensa il pane benedetto per gli infermi con la processione del simulacro del Santo il dopo pranzo per la città».

Cosi Enrico Dall’Olio, nel suo libro «Tradizioni Parmigiane» (Grafiche Step editrice), con un tocco di poesia, sintetizza lo scenario fatto di folklore, tradizioni antiche e fede che connota le festività di San Matteo e San Nicola: «Al tramonto di quelle vivaci giornate, nelle nostre vallate, cala di nuovo il più profondo silenzio, quello di sempre, mentre il coro delle voci, spegnendosi lentamente, vuol significare un addio ma anche un arrivederci all’estate morente che cede il passo all’incombente malinconico autunno».

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