Al Festival dello Sport
Uno, Arrigo Sacchi, ha vinto tutto il possibile in un club, l'altro, Zdenek Zeman, due campionati di B e uno di C. Uno ha smesso di allenare a 55 anni, più di due decenni fa, l'altro a 74 anni la scorsa stagione ha guidato il «suo» Foggia in C. In tanta disparità li accomunano due cose: il «fuoco dentro» per un calcio spettacolare, offensivo e atletico, e poi l'essere stati a Parma a inizio carriera senza che nessun tifoso li abbia più dimenticati. Questi due maestri di calcio sono stati ospiti di altrettanti incontri al Festival dello Sport di Trento. Il boemo per uno «one man show», l'ex ct invece in compagnia di Ruud Gullit per rievocare la Coppa dei Campioni vinta nell'89. Certo, il tempo li ha segnati, non sono più i baldanzosi giovanotti che facevano correre gli ancor più imberbi giocatori crociati sulla pista di motocross di Tizzano. Ma ascoltarli parlare di calcio, del «loro» calcio, è sempre una cosa che scalda il cuore di chi ama il pallone. Specie se tifa Parma, perché riandando, per chi c'era, con la memoria a quegli anni '80 seconda metà, è facile capire che da lì, dal laboratorio dei campi Stuard, è nato quel senso di grandeur calcistica alimentato dal gioco nuovo e spettacolare della banda di Sacchi e dal Parma di Zeman che batte il Real Madrid. Un senso che, dopo i fasti dell'era-Parmalat, non ci ha più abbandonato, non importa in quale posizione di classifica o categoria giocasse il Parma, Tutto, forse, è nato da lì, da quei due matti, almeno così parevano allora, che Ceresini e Sogliano avevano chiamato perché valorizzassero i giovani rendendoli vincenti.
Arrigo Sacchi: «Vincere, convincere e divertire»
Trento - Il Teatro Sociale di Trento è gremito all'inverosimile. E quando Giovan Battista Olivero chiama sul palco prima Ruud Gullit poi Arrigo Sacchi sembra venire giù per il fragore degli applausi. E dire che ci sono anche tanti ragazzi che la Coppa Campioni dell''89 possono averla vista solo YouTube. Arrigo ha un tutore che gli blocca il braccio sinistro, A inizio mese a Milano Marittima è scivolato e si è rotto la spalla.
Si comincia e l'ex ct ripropone gli slogan che stavano alla base del progetto del Milan: «Vincere, convincere e divertire» lo coniò Silvio Berlusconi («che mi chiese di portare il Milan in vetta al mondo»), mentre «Una vittoria senza merito non è una vittoria» reca il timbro del profeta di Fusignano.
«Io volevo fare un mercato sobrio mentre Galliani mi diceva ''guarda che qui sei al Milan, possiamo spendere''. Ma a me interessavano giocatori affamati, non campioni affermati. Mi ero portato da Parma due terzini, Mussi e Bianchi, per far vedere cosa intendevo per applicazione e professionalità».
Gullit, che da anni non porta più i lunghi capelli a treccine che ne fecero un'icona, racconta le difficoltà con la lingua e con quell'allenatore che non faceva che incitarlo «come, go» e lo stroncava a forza di lavoro atletico.
«Eppure vi confesso ora, che a Vincenzo Pincolini, il mio preparatore atletico, chiesi di far lavorare il Milan il 20 o 30% in meno rispetto a quello che facevamo in B col Parma. «Altrimenti questi me li uccidi tutti» gli dissi. Al Parma Walter Bianchi nel test di Cooper in 12 minuti correva 3700 metri, chi faceva meno ne faceva 3100».
«Nel test di Cooper fai quanto basta, non il tuo massimo» interviene ridendo Gullit, uno che, racconta Sacchi, era capace di addormentarsi in stazione prima di prendere un treno per la trasferta di Avellino.
«Con quel Milan facemmo qualcosa che non era nelle corde del calcio italiano. Avevamo una mentalità offensiva e stupimmo anche tutti gli osservatori stranieri, abituati al catenaccio e al nostro ''primo non prenderle''. La squadra si muoveva compatta in 25-30 metri e volevo che il possessore della palla avesse sempre quattro opzioni di passaggio nelle varie direzioni. Per far questo servivano organizzazione, comunicazione e collaborazione. Si arriva a interiorizzare i meccanismi di gioco che poi scegli in automatico». Con il gioco e le vittorie ottenemmo un altro risultato straordinario: il primo anno al Milan avevamo 30.000 abbonati, nel secondo ci furono richieste per 75.000».
Gullit è una miniera di aneddoti: «Nei primi tempi brontolavo sempre con Arrigio in allenamento e criticavo diverse cose finché lui mi ha spiegato che quelle cose avrei fatto meglio a dirgliele nel suo ufficio. Io ero così, impulsivo, per me il calcio è sempre stato più che altro un divertimento». Tra il pubblico spunta Mauro Tassotti, un altro degli Invincibili, che rende omaggio al maestro: «Avrei voluto incontrato prima nella mia carriera, avevo già 28 anni quando sei arrivato al Milan e mi hai insegnato tanto e portato in Nazionale».
Poi qualche ricordo: «In casa del Bayern, senza Gullit, Donadoni e Ancelotti, dopo il primo tempo eravamo 11 tiri a 1 per noi». La due giorni di Belgrado, dove accadde di tutto, dalla nebbia a Donadoni finito in ospedale a un gol non visto «in cui la palla aveva toccato la rete dentro la porta» spinge Sacchi a una rivelazione: «Non l'ho mai detto ma in quella partita nell'intervallo misi le mani addosso all'arbitro». Su una cosa Sacchi e Gullit concordano: «Non fummo mai fortunati con quel Milan, e ci eravamo fatti l'idea che volessero far pagare a Berlusconi il suo progetto di una sorta di Superlega. Ma fummo quasi sempre più forti di ogni avversità».
Zdenek Zeman: «Segnare un gol più degli altri»
Trento - Entra in sala Zdenek Zeman e prima ancora che possa proferire parola quasi 300 persone si alzano in piedi in un applauso ininterrotto. Pur non avendo mai allenato nel triangolo «magico» Juve-Milan-Inter, ormai il tecnico boemo è una sorta di leggenda che va oltre i trofei mai vinti.
Il motivo di questa venerazione per lui, a cui sfuggono forse solo i supporter della Juve per via delle denunce di Zeman («perché si danno a giovani sani farmaci creati per curare malattie?») che causarono non poche tribolazioni alla dirigenza bianconera, lo ha spiegato lui stesso ieri al Festival di Trento. «Sono sempre stato più amato dai tifosi che dai dirigenti, che infatti spesso mi hanno esonerato. Il motivo è semplice: ho sempre cercato di proporre un calcio divertente, per segnare un gol più degli avversari. E ho sempre pensato che chi va allo stadio e paga soldi suoi, lo faccia per vivere l'emozione del gol, non per assistere a degli 0-0 senza tiri in porta. Ecco, questa deriva del calcio moderno io l'ho sempre combattuta per quanto ho potuto».
In realtà l'evento che lo ospita, intitolato Bohemian Rapsody, vuol essere un omaggio alla sua vita, non solo alle idee o alla carriera. E così dai cassetti saltano fuori le foto di lui bambino a Praga, figlio di un luminare dell'otorinolaringoiatria. «Ricordo quanto amavo pattinare d'inverno sulla Moldava ghiacciata, poi da ragazzino ho praticato mille sport, dall'hockey alla pallamano, dal calcio al baseball». Cestmir Vykpalek, ex crociato degli anni '50 ma soprattutto giocatore e allenatore della Juve, era suo zio, «il più grande giocatore ceco di sempre, ma con qualche vizietto di troppo» ammette il nipote. Lo invita in Italia, dove lo trova l'invasione russa del '68. Appena laureato a Praga si reinventa studente Isef a Palermo e comincia ad allenare nelle giovanili rosanero. Da lì al Licata «una squadra tutta di siciliani» e poi al Foggia di Casillo. Ma al Licata era entrato nell'occhio lungo di Ricky Sogliano, diesse del Parma che si ritrovava nella necessità di rimpiazzare Arrigo Sacchi.«Io a Foggia avevo firmato per un solo anno con l'impegno a parlare di rinnovo a stagione conclusa. Casillo venne a sapere che avevo cenato con Sogliano e a qualche giornata dalla fine mi diede un aut aut: o firmi il rinnovo o ti esonero. Così me ne andai».
Al Parma dura sette giornate, come poi farà al Napoli, eppure qua e là ancora adesso i tifosi se lo incontrano gli fanno festa (cosa che non accade, ad esempio, ai vari Cagni, Marino o, da ultimo, Iachini). «A Parma battemmo il Real in amichevole e il Milan in Coppa, la gente si era divertita e non lo dimentica».
Ha fatto la fortuna di alcuni dei suoi ragazzi: da Signori, preso che era centrocampista nel Piacenza (5 gol in 32 gare) e trasformato in uno dei più prolifici bomber di sempre, a Totti («con Rivera e Baggio sono i tre più forti calciatori italiani degli ultimi 60 anni») per finire con Insigne. Con lui Immobile e Verratti al Pescara centrò la promozione in A con un bottino di 90 reti.
Dopo il Palermo dov'era a metà anni '70 ha guidato 18 squadre diverse, alcune più volte (Foggia 4, Roma, Lecce e Pescara 2). Solo la seconda volta alla Roma si fece convincere a firmare un biennale. «Per me anche ai calciatori bisognerebbe far firmare contratti di un solo anno: vedresti poi che impegno per conquistare il rinnovo». E se «nel calcio di oggi prevalgono gli interessi sullo spettacolo» lui non farà più crociate. Se infatti trent'anni fa c'era Simpatia Zeman, lo sketch di Antonio Albanese a «Mai Dire Gol» ora è arrivata Gioia Zeman, nipotina («era ora») figlia di Karel, anche lui allenatore. «Posso finalmente fare il nonno – chiude il boemo – tanto poi voi giornalisti mi telefonate appena spunta una magagna nel calcio...».
Paolo Grossi
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