Il dramma della piscina
Doveva crescere un albero dove Sofia morì a 12 anni. In quell'angolo di stabilimento balneare avrebbe dovuto attecchire la memoria. Radici solide e un po' d'ombra nel sole e nella spensieratezza delle estati versiliane, a ricordare un fiore reciso troppo presto e a fare da monito: mai più. Mai più una tragedia così assurda. Annegare in ottanta centimetri d'acqua, perché i lunghi capelli sono finiti imprigionati nella bocchetta d'aspirazione dell'idromassaggio. Sembra impossibile. In uno degli incidenti probatori istruiti per le indagini nei bagni Texas di Marina di Pietrasanta, un carabiniere riuscì a liberare un sacchetto fatto aderire alla maledetta bocchetta solo facendolo a pezzi, tanto era violento il risucchio di quel gorgo. Sofia Bernkopf non ebbe scampo.
Strappata a forza dal fondo della vasca, dove rimasero ciocche dei suoi capelli, la bambina fu sottoposta a un primo tentativo di rianimazione da un medico presente sul posto. Portata al pronto soccorso più vicino, fu subito trasferita all'Ospedale del cuore a Massa. Era sabato 13 luglio 2019, quando si consumò la tragedia: le macchine alla quale venne collegata più che la piccola Sofia tennero in vita la speranza. Mercoledì 17 si staccò la spina anche a questa. La magistratura consentì solo l'espianto delle cornee: l'autopsia sarebbe stata fondamentale per fare luce sulla morte della bambina.
Da allora, non è stato piantato nessun albero. Per la famiglia Bernkopf quel sabato maledetto è una tragedia che si rinnova ogni giorno; per la giustizia un caso aperto che chiama in causa i titolari dello stabilimento e gli assistenti ai bagnanti. Anzi, un caso nel quale - complici i rallentamenti da pandemia - si deve ancora entrare nel vivo. Ieri mattina a Lucca il Gup Alessandro Trinci ha dovuto rinviare l'udienza preliminare per un vizio di notifica a uno degli otto indagati.
Delusi, ma solo in parte, Edoardo e Vanna Bernkopf che dal luglio del 2019 si battono per avere giustizia. «Non deve mai più accadere che qualcuno perda la vita a causa di impianti senza dispositivi di sicurezza - dicono -. E invece tragedie analoghe sono avvenute non solo prima, ma anche dopo la morte di Sofia». Assistiti dall'avvocato Stefano Grolla del foro di Vicenza, i genitori della bimba erano presenti in aula, mentre nessuno degli indagati ha varcato la soglia del Tribunale. Non uno sguardo hanno potuto scambiarsi le parti. Come nessun messaggio è stato mai ricevuto dai Bernkopf. «Non dico di scuse, se non si voleva ammettere una colpa - mormora Edoardo, stimato dentista, così come la moglie - ma almeno di partecipazione al nostro dolore».
Ma la tappa dal Gup non è servita solo per il rinvio dell'udienza preliminare al 3 marzo prossimo («Il giudice Alessandro Trilli - sottolinea Grolla - ha fissato un'udienza straordinaria, dimostrando di voler abbreviare i tempi, per ridurre i rischi di prescrizione»). Si è anche chiarito che nessuno intende usufruire di patteggiamenti, che presuppongono un accordo tra le parti, o riti abbreviati, con la conseguente riduzione di un terzo della pena. Nessuna ammissione di colpa, quindi. In caso di rinvio a giudizio, si andrà al dibattimento.
Roberto Longoni
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