Intervista
La scrittura limpida e accattivante, implicito dono d'ironia e leggerezza, è l'inequivocabile firma dei libri di Enrico Franceschini, giornalista bolognese con la valigia, che in questo ultimo «Girare il mondo gratis» ci serve il mondo su un piatto. Come fosse un tortellino. Franceschini sarà a Parma martedì al Palazzo del Governatore: nell'attesa di averlo qui, con il libro tra le mani, abbiamo messo le mani avanti.
Un libro che può essere un'autobiografia, un saggio di geopolitica, un manuale di viaggi e un manuale di giornalismo. Volevi tutto?
«Sì, volevo fare un po' tutte queste cose. Parlare di giornalismo ma anche far venire voglia di viaggiare e raccontare qualcosa dei luoghi in cui ho vissuto».
Lo fai con la consueta “levitas”. Usi un espediente per alleggerire: introdurre camei divertentissimi. Bruce Willis, per esempio.
«Vivevo nel quartiere di Hell's Kitchen, la “cucina dell'inferno”, povero quartiere di Manhattan, l'unico dove potevo permettermi una stanzetta. Nel bar all'angolo c'era un giovane affascinante, Bruce, faceva il cameriere per guadagnarsi da vivere e l'attore nei teatrini Off Broadway per sfondare. Siamo diventati amici, mi ha invitato a vederlo recitare e anche a un party. Un giorno non l'ho più visto. Ho scoperto che di cognome faceva Willis...».
Hai trovato l'America... in America. Sei partito da Bologna, ragazzotto, senza cetezze. Un'avventura epica.
«Forse è stata l'audacia della gioventù. Certo la voglia d'America era fortissima, ispirata dal cinema, dalla letteratura. Sono anche stato molto fortunato, nel posto giusto al momento giusto: era l'inizio della globalizzazione e i giornali italiani erano ricchi, puntavano su una nuova generazione di giornalisti. Non solo io ma tutto il gruppo di ragazzotti, che come me che si trovava lì, si è piazzato nei giornali italiani. Abbiamo conquistato l'America».
Dopo l'America, sei passato alla parte opposta: la Russia nel 1990. Immaginiamo la Russia l'anno seguente alla caduta del muro...
«Sono arrivato un anno e mezzo prima che crollasse l'Unione Sovietica e finisse il Comunismo. Anche lì mi sono trovato al posto giusto nel momento giusto. È stata la storia giornalistica più importante della mia vita, testimone della Storia, con Gorbaciov al Cremlino a intervistarlo nel giorno delle sue dimissioni. Poi quelle speranze di democrazia e di cambiamento, come sappiamo, sono finite nel giro di dieci anni».
È arrivato Eltsin che ha spianato la strada a Putin.
«Con Eltsin c'è stato ancora un momento di speranza, non si sapeva come sarebbe andata a finire... con Putin sappiamo come siamo andati a finire».
Un ex consigliere di Putin sostiene che c'è molta insofferenza in Russia e ci potrebbe un colpo di stato entro 12 mesi.
«Putin controlla tutte le leve della sicurezza, l'esercito, la polizia, i servizi segreti, però lo scontento di sicuro c'è, per come conosco la Russia. Non è solo lo scontento dei giovani che vanno a dimostrare nelle piazze. Basta pensare che ogni anno un milione di russi venivano in vacanza in Italia, la classe media, persone che andavano nei “tre stelle” e negli outlet della Riviera Romagnola. Questi non sono contenti di non poter più fare le vacanze in Europa e magari andarle a fare in Cina. È un solo un esempio di uno scontento diffuso».
Putin pagherà prima lo scontento in patria o le difficoltà sul campo in Ucraina?
«Vanno in sincrono le due cose, per cui bisogna aiutare l'Ucraina a resistere. Per dirla in termini calcistici, adesso per l'Ucraina anche un pareggio sarebbe una vittoria perché mantiene la sua indipendenza. Come la guerra in Afghanistan ha contribuito a far cadere il Comunismo, spero che la guerra in Ucraina contribuirà a far cadere il Putinismo».
Hai fatto più fatica a Mosca, dove eri spiato costantemente, come racconti, o in Medio Oriente, terra più pericolosa?
«Da una parte spiavano, dall'altra sparavano. Forse è stato più complicato lavorare in Russia, una società più chiusa del Medio Oriente. La Russia era difficile da interpretare, diceva Demetrio Volcic: “Ai tempi dell'Unione Sovietica, non sapevamo niente ma pensavamo di capire tutto. Adesso sappiamo tutto ma non capiamo niente”».
L'ultima tappa, il Paese in cui vivi, l'Inghilterra. Pare che non siano contenti della Brexit quanto speravano.
«Secondo il sondaggio ci hanno ripensato. Sono consapevoli che è stato un errore ma non cambieranno strada tanto in fretta, perché rinegoziare l'ingresso nell'Unione Europea sarebbe complicatissimo. Con le prossime elezioni, nel 2024, torneranno probabilmente i Laburisti: non potranno interrompere la Brexit, ma hanno già detto che cercheranno un rapporto più amichevole con l'Europa. Un primo passo, magari i loro figli vedranno di nuovo la Gran Bretagna con un piede nella Ue»
I tuoi anni del giornalismo che sono stati come gli anni d'oro della lirica: un mondo che non c'è più. Non ci sono più le Maria Callas, non ci sono più gli inviati negli hotel a 5 stelle.
«Ho vissuto gli anni d'oro e ne sono molto grato. Ma il giornalismo non finisce, anche se i soldi si riducono. Il futuro è dei freelance, di coloro che partono come feci io quando andai in America senza un soldo. Loro partono per tutto il mondo e, siccome ci saranno meno risorse per pagare inviati e corrispondenti, i freelance saranno quelli che ci racconteranno il mondo. Alcuni lo stanno già facendo con i podcast, con gli articoli, con i video, un giornalismo multimediale. Guadagneranno un po' meno ma continueranno a divertirsi tanto».
Mara Pedrabissi
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