LA TESTIMONIANZA
Un viaggio anche dentro se stesso quello che ha affrontato Nicola Cavallotti, giovane parmigiano che ha raggiunto Leopoli con un convoglio di aiuti della ong Mediterranea. Ecco le sue riflessioni.
Il cielo ucraino d'inverno pare inscalfibile, si alternano varie tonalità di grigio ma per duecento giorni l'anno - come suggeriscono fonti locali - rimane cinereo, desaturato. La poca luce raffredda anche gli spazi abitati, i colori spenti e opachi danno sensazioni piatte e poco incoraggianti.
A Leopoli, come in tutta l’Ucraina la normalità è cambiata nel febbraio 2014, quando la Russia ha preso il controllo della Crimea. Una città da sempre contesa, prima polacca, poi asburgica, poi brevissimamente ucraina, di nuovo polacca, sovietica, e infine oggi ucraina, la sua storia sta nelle sue forme - urbane e architettoniche -, nel coacervo etico-culturale che queste tengono insieme.
L’Ucraina è il baricentro d’Europa, «il cuore batte qui, in una terra incognita fatta di periferie dimenticate» scriveva Rumiz, e L’viv è storicamente ago della bilancia di questo fragile equilibrio.
Oggi per posizione e predisposizione è una città-rifugio, fu la porta d’uscita verso l’Europa ad inizio conflitto, ora i profughi si fermano, nei campi di container, in stazione, nei monasteri, ovunque.
Leopoli non aveva mai visto tanti ucraini-non-galiziani prima che la guerra forzasse questo nuovo status. Convivere per sopravvivere, l’Ucraina si è riscoperta tale di fronte ad un nemico comune. La normalità del male. Stato di guerra, resistenza armata, famiglie mutilate, stupri, psicosi, ghetti, blackout, allarmi costanti a ricordare potenziali attentati, migliaia costretti a vivere in fuga. Ci si abitua, anche a questo. E questa normalità si affronta a tentativi, spesso contraddittori: una città che non ha mai cessato le sue funzioni, che a vederla non diresti mai che si trova in guerra, quasi a non voler accettare questo stato di cose. La stessa parola guerra è stata rimossa dalla narrazione ufficiale, se parli di sofferenza - e lo fai poco - parli di quella provocata dai russi, non dei problemi che i profughi hanno qui a Leopoli, stanze prive di bagni, convivenze forzate fra estranei, famiglie intere in pochi metri quadri. L’abitudine, in questi casi, è accettazione passiva? Presa di coscienza? Determinazione? Come i tanti meccanismi sociali di accoglienza che si sono attivati innescando reti di solidarietà, formicai organizzatissimi, hub logistici informali, spediscono aiuti, mediano, trovano soluzioni operative, si giostrano in un contesto dove contraddizioni e discriminazioni spesso e volentieri si sovrappongono. Chi era povero prima della guerra ora non solo lo è di più, è ancora più ai margini.
Noi continuiamo a chiederci come mettere ordine in tutto questo, cerchiamo il male e il bene, il giusto e lo sbagliato. E ci sono! Anche nel caos c’è un orizzonte di bene a cui tendere. La prima banalità qui è che questo orizzonte è relativo. La seconda è che le ostilità devono finire. Cessate il fuoco.
Diplomazia? Armi? Entrambe? Non lo so, solo imponiamoci di non accettare questa guerra come condizione inevitabile, come destino ineluttabile, come normalità.
Nicola Cavallotti
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