Un ventenne picchiato insieme agli amici
Il giorno dopo, forse, è pure peggio. Perché sul momento, con l'adrenalina che scorre nelle vene, non ragioni, non rimugini. Ma poi, a botta fredda, hai tempo di riflettere: e ti rendi conto che schiaffi ed offese, alla fine, feriscono nello stesso modo. «E' così, segnano nel profondo. Perché quel tale se l'è presa con me solo per come ero vestito, per chi sono. E questo già sarebbe gravissimo: ma per di più non ha colpito solo me ma anche chi mi stava intorno. Solo perché io sono gay».
Via Farini, nella nostra città, fa rima con movida. Il che vuol dire locali, tanti ragazzi, lunghe serate di risate e voglia di stare insieme. Insomma, allegria. Sabato notte, invece, ci si è aggiunto qualcos'altro: violenza, cattiveria. Razzismo.
«Erano passate le due, ero con un amico e stavo chiacchierando all'incrocio tra via Farini e via Sauro». A parlare è un ragazzo di poco più di vent'anni, uno studente, uno come tanti. Per qualcuno, però, in lui c'era qualcosa di insopportabile.
«Quel tale si è avvicinato, ha iniziato a offendermi, ad oltraggiarmi. Io non lo avevo mai visto prima, non sapevo neppure chi fosse e quindi gli ho chiesto perché mi stesse ingiuriando, che problemi avesse». Non è servito altro. Si, perché quel tale, una trentina d'anni e origine straniera un problema, e serio, lo aveva davvero: l'omofobia.
«Io ero vestito in maniera vistosa, particolare. E quel tale per questo motivo ha continuato ad inveire». Inutile citare le parole usate: cambiano di poco, fanno schifo e una vale l'altra. Ma sono come lame.
«A quel punto io e il mio amico abbiamo replicato dicendo di piantarla. Ed allora quello ci ha assalito». Non ci vuole molto: dallo sberleffo quando uno cerca la rogna ad ogni costo si passa agli schiaffi. E poi è come un contagio. Gli amici della vittima, che erano a due passi si sono avvicinati per proteggere il compagno in difficoltà mentre dal nulla sono comparsi a spalleggiare l'aggressore anche altre persone, molto più mature dei due ragazzi presi di mira. In questi casi non si sa quanto duri il parapiglia. Magari sono poche decine di secondi: ma paiono lunghissimi. Qualcuno ha cercato di fermare quegli scalmanati, qualcuno ha provato a fare ragionare i più agitati. Ma c'è anche chi ha preso a picchiare con ancora più forza.
«Una mia amica che si è messa in mezzo a quella assurda aggressione è stata presa a bastonate da un altra persona, anche quella almeno quarantenne: qualcuno ha infatti rotto il manico di una scopa e ha iniziato a dare botte pure con quello».
Di quei momenti, sembrerebbe, ci sono anche dei fotogrammi, qualche telecamera dovrebbe avere ripreso il tutto e anche se, pur usando il fermo immagine non è facile isolare ogni singola azione, una cosa appare evidente: c'è stato chi ha picchiato per fare male.
Poco dopo, per fortuna, sono arrivate le auto della polizia e gli agenti sono riusciti a placare gli animi. Almeno di quelli che, sentendo le sirene, non avevano pensato che fosse meglio svanire. «Noi siamo rimasti lì ma alcuni di quelli che ci hanno aggredito sono scappati, qualcuno dice di averli visti fuggire anche con una auto».
Di questi dettagli si sta ora occupando la questura, per cercare di ricostruire l'accaduto sono al lavoro gli investigatori della Mobile.
Ma per lo studente aggredito e per i suoi amici quella notte sbagliata e da dimenticare non era ancora finita. «La mia amica, col volto pieno di sangue, è stata portata al Maggiore da un'ambulanza: i medici hanno dovuto applicarle dei punti di sutura al viso. Io e il mio amico, invece, siamo stati accompagnati in questura dove abbiamo riferito l'accaduto, raccontato ogni cosa».
Prima di farsi visitare a loro volta dai medici per sancire con un referto ufficiale quelle botte rimediate per il motivo più assurdo.
Ora, come detto, tutto è nelle mani della polizia che avrà il compito di risalire agli autori dell'aggressione, accertando le responsabilità del primo che ha iniziato ad inveire e di quelli arrivati dopo. Mentre le vittime, i ragazzi coinvolti, come è previsto in questi casi con l'aiuto degli avvocati presenteranno le loro denunce.
La cronaca finisce qui: restano l'amarezza di chi si è trovato a vivere sulla propria pelle l'intolleranza più insensata e anche la paura che, prima o poi ci si possa ritrovare faccia a faccia con quelle persone. Inutile dirlo: è una idea che fa paura.
Così come spaventa pensare che una serata nella strada della movida, quella del tirare tardi tutti insieme, possa finire con le volanti e le ambulanze.
Sabato prossimo anche a Parma si festeggerà il Pride e il manifesto dell'evento recita lo slogan: «Parma nutra l’amore». Visto quello che è accaduto viene da dire che forse ce n'è ancora tanto bisogno.
Luca Pelagatti
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